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Una Leica per raccontare il mondo

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Mario Dondero
Mario Dondero

È scomparso all’età di 87 anni Mario Dondero, uno dei più originali rappresentanti del fotogiornalismo contemporaneo. Ho avuto il piacere di conoscerlo poco più di un anno fa, durante il seminario “Rimozioni”, organizzato da Redattore Sociale a Capodarco di Fermo.
In quell’occasione presentò alcuni dei suoi reportage, forse meno noti, come quello che aveva realizzato sul tema degli stranieri diventati importanti in Italia: “Mi sembrava interessante raccontare come degli uomini che partono in condizioni di disagio e difficoltà estreme riescano addirittura a passare dall’altra parte“. Citò a mo’ di esempio il caso del primario haitiano dell’ospedale di Fermo e del suo assistente palestinese.
Passò poi a narrare della straordinaria generosità sperimentata durante le sue esperienze africane, come quando in Mali, in preda a una brutta febbre, fu accolto per quindici giorni da una famiglia che si prese cura di lui “come un figlio”: “Se mi fosse capitato a Francoforte, probabilmente sarei deceduto!“, sogghignò.

Dondero ha collaborato con testate prestigiose, da Le Monde al Daily Herald, a L’Espresso, a Epoca e con le sue immagini ha raccontato la Guerra d’Algeria, i protagonisti del Novecento, tra artisti, politici e intellettuali, il lavoro dei medici di Emergency in Afghanistan, la Sorbona occupata nel ’68. E sempre con lo sguardo di chi sta davanti all’obiettivo: piuttosto che al risultato estetico, era interessato al racconto sociale e alla “motivazione politica, sociologica, sentimentale e umana che c’è dietro un reportage“, come la definì. Del resto, in testa e nel cuore aveva la fotografia come la intendeva Robert Capa, che apprezzava soprattutto per il suo impegno civile.

E a chi gli chiese se fosse ancora possibile, oggi, fare quel tipo di fotografie rispose: “Io credo che foto interessanti si possano fare sempre. La passione esiste, oggi come allora. Ma il mestiere del fotoreporter è profondamente cambiato. Mi ricordo quando sviluppavamo le foto nel gabinetto dell’albergo e di quando andavo a Parigi alla stazione e cercavo un viaggiatore per affidargli le foto da portare a Milano! Per dire com’era occasionale, bizzarra e singolare la maniera di comunicare. Adesso il digitale – che è un grande mezzo democratico, perché tutti fotografano – al contempo però ha distrutto un certo tipo di mestiere che aveva un tratto più artigianale. In fondo adesso tutto succede guardando uno schermo“.
E allora un giovane fotografo oggi cosa deve saper fare? “Sviluppare la sua immaginazione. La cultura e l’immaginazione sono la piattaforma di questo mestiere“.

Dunque, lungi dallo scattare fotografie in cerca dello scoop o della notorietà facile o per autocelebrarsi in una mostra e guadagnare tanti soldi, nelle sue parole, lucide e appassionate è racchiuso il senso dell’essere fotografo: “È un mestiere da trappista, da francescano, disperatamente solitario. Ma affascinante, bellissimo, che racconta la vita delle persone. Mi sembra una missione meravigliosa“.

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