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Un velo di silenzio

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È fatto per coprire e nascondere, ma mostra e racconta più di quanto taccia. Il velo non è mai stato solo un pezzo di stoffa e da tempo è al centro del dibattito tra accettazione e rifiuto. Di questi giorni la decisione di tre amministrazioni francesi – Cannes e Villeneuve-Loubet, in Costa azzurra, e Sisco, in Corsica – di vietare il «burkini», il costume indossato dalle donne musulmane per coprire l’intero corpo, che ha risollevato antiche polemiche.
burkini Per il premier Manuel Valls «il burkini non è una nuova linea di costumi da bagno, una moda. È la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato tra l’altro sull’asservimento della donna» e pertanto «non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica». Dello stesso avviso il parlamentare dei Republicains Thierry Solère: «In Arabia Saudita, una donna non fa il bagno in topless o in tanga. In Francia, non si fa il bagno in burqa». Mentre il socialista Benoit Hamon, decisamente contrario, si domanda: «Che cosa impedirà che domani le djellaba e le barbe siano vietate?».

Mentre in rete è virale il fumetto della vignettista francese che su Twitter si fa chiamare «La Sauvage Jeune» – che ritrae una donna per metà coperta dal burkini e per metà seminuda in bikini, con a fianco annotati i rimproveri che normalmente si fanno alle donne, qualsiasi cosa scelgano di indossare – sui media si discute se il divieto del burkini sia un segno di laicità o piuttosto di islamofobia. E soprattutto se si tratti di una discriminazione e – al contrario di quello che si propone di essere – di una limitazione della libertà di espressione.
La polemica è rimbalzata anche in Italia, complice la foto pubblicata sul suo profilo Facebook dal presidente dell’Unione comunità islamiche e imam di Firenze, Izzedin Elzir, che ritrae un gruppo di suore, in tonaca e velo, sulla spiaggia. Senza alcun commento ma con un chiaro riferimento a quanto si sta discutendo oltre il confine.
La questione si inserisce nel più generale dibattito relativo all’uso del velo negli spazi pubblici.

È passato quasi un secolo da quando nel 1923 Huda Shaarawi, figlia del politico Mohamed Sultan Pascià, si liberò del velo alla stazione del Cairo per denunciare l’oppressione a cui erano costrette le donne da una concezione patriarcale del corpo e dal sistema di dominazione che si celava dietro la tradizione religiosa. L’eco del suo coraggio risuona ancora nel gesto forte della giornalista yemenita Tawakkol Karman, premio Nobel per la pace nel 2011, che nel corso di una conferenza sui diritti umani ha lanciato una sfida alla platea sfilandosi il niqab che le copriva il volto.
Ma se il Novecento è stato il secolo dello «svelamento», dalla metà degli anni Settanta, invece, il velo diventa bandiera politica. Non più, dunque, un simbolo religioso, ma un accessorio che prende a prestito il linguaggio della religione e della tradizione culturale per riflettere le trasformazioni politiche e sociali. Molte donne scelgono di indossarlo non per riproporre la conservazione dell’onore maschile, ma per rivendicare la partecipazione femminile alla vita pubblica e la conquista di spazi un tempo accessibili solo agli uomini. Sono donne emancipate, appartenenti alla classe intellettuale, studentesse, membri di associazioni e movimenti femminili.

velo moda«Il nuovo velo – scrive Mohamed Kerrou, ricercatore all’Università di Tunisi El Manar, in “Hijâb : nouveaux voiles et espaces publics” (ed. Cérès, 2010) – è per strada, a scuola, al caffè, in metro, sui media, allo stadio e sulla spiaggia. Moda e vanità sono in scena: la donna velata esce, si mostra, si fa bella, seduce e si lascia tentare. Il suo comportamento sconvolge il nostro modo abituale di pensare, sfugge al politico, disturba gli antichi e insidia i moderni». Impreziosito da perline, spille e brillantini, nelle varianti più colorate è l’emblema dell’islamic fashion. Una moda e un business certo, come dimostrano le collezioni della stilista libanese Mona Mohanna, vendute in 120 negozi in Italia: è la rivendicazione estetica di chi non considera il politico-religioso necessariamente demodé.
Esiste anche un hijab «sportivo» fatto di velcro aderente: lo abbiamo visto addosso alle atlete della squadra egiziana femminile di beach volley alle olimpiadi di Rio de Janeiro.
L’immagine delle donne stigmatizzata dai media occidentali di «prigioniere», attraverso il velo, del maschilismo, è di fatto una semplificazione. Questa reinterpretazione identitaria dà alle donne visibilità di parole, gesti e azioni, le rende protagoniste e non vittime.
All’interno del femminismo islamico il velo è il motto dell’islam pacifico che prende le distanze dal terrorismo. È il sigillo di chi vuole essere trattato come persona e non come oggetto sessuale: Azizzah al Hibri, fondatrice dell’associazione Karamah – Muslim Women Lawyers for Human Rights di Washington, si domanda perché indossare un velo dovrebbe essere oppressivo e invece una minigonna liberatorio.

Omero Marongiu Perria, sociologo italo-francese, che ha studiato il fenomeno del nuovo velo nelle comunità marocchine e algerine in Francia e Belgio, sostiene che il significato che esse attribuiscono al velo non è lo stesso per le loro famiglie: «Non si tratta di conformarsi a un’imposizione dei genitori, dei fratelli o del marito, ma di una manifestazione di libertà. È la sfida di chi vuole insistere sulla propria identità musulmana in una società che considera l’islam in modo negativo».
Scegliendo di indossare il velo in pubblico, infatti, le donne affermano la loro emancipazione sia dalla società, che continua a percepirlo come il simbolo di un islam retrogrado, che rema contro la modernità, sia nell’ambito della loro comunità, che da una donna velata si aspetta che adotti una generale morigeratezza dei costumi e rinunci a uscire e a lavorare, se non in ambiti marcatamente femminili. In questo modo, le donne incontrano una doppia resistenza: sia da parte dei musulmani tradizionalisti, che hanno sviluppato un’immagine della donna fuori dalla realtà, sia da parte della società, che rinvia il velo nel campo del radicalismo religioso.

Group_of_Women_Wearing_BurkasIl nuovo velo è dunque un simbolo di emancipazione e non più di oppressione? «Le due dimensioni coesistono – spiega Perria -. È vero che per alcune ragazze è uno strumento di liberazione dal gruppo di appartenenza e un segnale di anticonformismo, ma il discorso dominante che gli attori religiosi continuano a veicolare attraverso le reti islamiche è quello della sottomissione della donna all’uomo ».
Non mancano, quindi, le contraddizioni. L’accesso delle donne al mondo del lavoro le ha fatte emergere come attori sociali senza che questo tuttavia si accompagnasse alla parità di diritti con gli uomini. Sono profonde le disuguaglianze economiche, sociali e politiche che le donne, velate o no, sono costrette a subire. Sono state protagoniste delle rivolte che hanno travolto i vecchi regimi nel bacino del Mediterraneo, eppure le nuove Costituzioni non sembrano voler tenere conto del loro ruolo e preferiscono affidarsi a un’interpretazione integralista del Corano, che trascura gli elementi ispirati all’uguaglianza tra uomini e donne.
La condizione femminile, inoltre, varia a seconda delle singole storie nazionali e dei codici della famiglia dei diversi paesi del mondo arabo e non si intende negare che il radicalismo islamico sia diffuso in molte realtà, dove giovanissime ragazze sono costrette, indossando il velo, ad abbracciare la versione più integrale dell’essere musulmane nella società.

Marnia Lazreg, docente universitaria algerina negli Stati Uniti, ritiene che la tendenza a rimettere il velo sia frutto del conservatorismo sociale diffuso nel mondo musulmano e dell’ingerenza degli uomini nelle questioni legate al modo di vestirsi e comportarsi delle donne. Eppure sostiene che «vietare il velo è un atto politico quanto imporlo». Come ha sottolineato la Lega dei Diritti dell’Uomo, a proposito del recente divieto del burkini, si tratta della «stigmatizzazione di una categoria di francesi diventati, per via della loro fede, dei ‘sospetti’ a priori. Queste manifestazioni di autoritarismo rafforzano il senso di esclusione e contribuiscono a legittimare quanti guardano ai musulmani francesi come corpi estranei alla nazione».

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