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Un urlo di Libération

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«Nous sommes un journal», siamo un giornale. E non un ristorante, un social network, uno spazio culturale, un set televisivo, un bar, una zona mista per far proliferare start-up. La protesta di Libération ha scosso l’informazione francese: dopo gli scioperi, il comitato di redazione del celebre quotidiano fondato esattamente quarant’anni fa, nel febbraio del 1973, da Jean-Paul Sartre si è rivolto direttamente ai (sempre più radi) lettori del bacino di cittadini della sinistra francese. Con un appello che richiama ai doveri fondamentali di un giornalista: fare, appunto, il giornalista.

Rispondiamo al progetto degli azionisti: così si legge, in rosso, nel taglio basso della copertina di sabato 7 e domenica 8 febbraio 2014. E le pagine dalla due alla sei sono firmate dai “salariati di Libération”, riuniti in assemblea per fronteggiare la crisi. La proprietà del giornale, guidata dall’editore Édouard de Rothschild, ha pensato nei mesi scorsi a un pacchetto di rilancio della testata, scesa sotto i centomila lettori per la prima volta da più di dieci anni. Una ristrutturazione violenta, che dovrebbe abbattere l’impianto tradizionale di Libé e farlo rinascere come social network: «Vogliamo che Libération – si leggeva nel comunicato – diventi un creatore di contenuti che si possano monetizzare attraverso un diversi supporti multimediali: stampa, televisione, digitale, eventi, radio e così via».

Tra i giornalisti, tuttavia, il progetto non solo non ha acceso entusiasmi ma ha creato diffuso malcontento: «Si vorrebbe trasformare Libération in una Libéland, un Libémarket, un Libéwork. Un rombo rosso senza nulla dietro, dieci lettere che non significano più molto se non il prezzo a cui si vuole vendere la testata. È un colpo di mano degli azionisti contro la nostra storia, la nostra squadra e i suoi valori». In effetti, il piano di rilancio è curiosamente laconico nell’affrontare il destino dei quasi trecento lavoratori del giornale. Si sa solo che la sede attuale, nel centro di Parigi, sarà probabilmente rivoluzionata ed è stato chiesto al celebre designer Philipp Starck di disegnare il progetto di quella nuova, ispirandosi all’idea di uno spazio libero in cui favorire incontri, dialoghi e scambi: «Manterremo i 4.500 metri quadrati di redazione in rue Béranger, ma li trasformeremo in uno spazio culturale per ospitare l’universo Libération», si legge nel comunicato dell’azionariato. Per le firme di Libé, tuttavia, niente di incoraggiante: «Sarà una Libération senza Libération. Traslocare il giornale ma tenere il suo grazioso logo, cacciare i giornalisti ma monetizzare il marchio».

È un capitolo notevole, questo di Libération, del processo di trasformazione di tanti quotidiani storici in crisi, con evidenti emorragie di lettori e di finanziamenti. Gli attriti tra redazione e proprietà toccano i rapporti del mondo editoriale con le rivoluzioni tecnologiche: se rinnovarsi, talora snellirsi e affrontare cambiamenti anche dolorosi è una necessità per molte realtà dell’informazione, le firme di Libé mettono in guardia i lettori da un doppio pericolo: la possibilità che la crisi venga utilizzata come espediente per tagliare indiscriminatamente sulla qualità del lavoro e che queste manovre di affari passino come imprescindibili operazioni di ammodernamento tecnologico dei giornali.

In Italia, proprio in questi giorni, i giornalisti del gruppo RCS che lavorano per il quotidiano più letto nel Paese, La Gazzetta dello sport, hanno lanciato una petizione contro l’iniziativa della proprietà di costituire GazzaBet, una agenzia di scommesse interna al gruppo che dovrebbe, nelle intenzioni dell’editore, provvedere a far lievitare gli incassi. Consci del pericolo di essere associati al business delle scommesse, i redattori del giornale hanno ritirato per due giorni le loro firme e, nonostante le rassicurazioni sul fatto che l’agenzia rimarrebbe corpo esterno rispetto ai lavoratori del giornale, hanno invitato la proprietà a ripensare al progetto, abbandonandolo del tutto «non perché illegale, ma perché contrario alla nostra storia, frutto di una operazione profondamente sbagliata ed eticamente discutibile».

 

 

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