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Un tema globale, molte voci locali: il racconto della realtà al Prix Italia

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«Cross» è il prefisso che, nel mondo contemporaneo, sta prendendo il posto di «inter»: le relazioni non sono più «tra», ma «attraverso» i Paesi, le culture, le nazioni. Lo hanno ribadito i relatori della 71ma edizione del Prix Italia, il concorso internazionale organizzato dalla RAI, per programmi di qualità, radio, TV e Internet: intorno al tema «Celebrating Cultural Diversity in a global media world» si è discusso di multiculturalismo e di incontro fra modernità e tradizione e della responsabilità dei media nell’accompagnare questo discorso.
Nel racconto della realtà, l’approccio è quindi «crossnazionale» attorno a un tema comune: è stato presentato, ad esempio, un documentario crossculturale che ha coinvolto Mongolia, Indonesia, Giappone e altri Paesi sul tema degli hikikomori (giovani che si chiudono patologicamente in se stessi, rinunciando totalmente alla vita sociale) per evidenziare le diverse declinazioni culturali sullo stesso fenomeno. Non solo il prodotto, ma anche il processo deve essere crossculturale. Siamo globalizzati ma conosciamo molto poco gli uni degli altri. 
Per costruire un sapere crossnazionale occorre essere ambiziosi e ideare un nuovo tipo di programmi, sviluppando personaggi in modo non convenzionale e dimostrando maggiore sensibilità su alcuni temi “universali”. Ad esempio, per coinvolgere il pubblico non è interessato al multiculturalismo tout court si può puntare su personaggi intelligenti e storie interessanti con cui possa identificarsi. Lo storytelling funziona ovunque. Molti produttori intervenuti al dibattito hanno affermato di prediligere un approccio soggettivo, senza giornalisti o microfoni in camera, dove c’è solo il protagonista con la sua storia da raccontare.
Il valore aggiunto del «visual handwriting» di un documentario, di un prodotto artigianale per immagini che racconta la realtà è che le storie autentiche sono più emozionanti di quelle dei film perché sono reali. Il documentario, com’è oggi, non è disegnato per un ampio target. Molti lo considerano noioso, l’infotainment è ritenuto superficiale, all’anchorman è richiesto di essere onnisciente. I punti di forza sono la possibilità di spaziare su molti argomenti, dalla storia, alla natura, alla scienza e il grande impatto che ha sulla società.

La missione, allora, è quella di tracciare e percorrere una prospettiva fuori dagli stereotipi, sviluppando un format crossculturale condiviso: ad esempio, raccontando le differenze culturali allo stesso modo, che sia plurale, interessante, che accolga le sfide di una società globalizzata. Duilio Giammaria, giornalista Rai, conduttore tra gli altri di «Unomattina» e «Petrolio», ha lanciato una provocazione: perché non inaugurare il cambiamento con un programma come «Linea Verde», che dal 1981 fa countrytelling, narrando le realtà rurali italiane? Perché non raccontare al nostro pubblico i contadini coreani, ad esempio? Perché non inserire elementi emozionali, approfondire la relazione uomo-natura, attraverso esperienze «altre» in cui possa sentirsi coinvolto?
Il modo pop di raccontare un Paese è un’occasione per creare un sapere condiviso: «Una nuova formula narrativa che sia un mix di cultura dell’informazione e pop culturale, un programma di intrattenimento che diventa educativo», ha suggerito Giammaria. Anche con l’obiettivo di allargare il target e agganciare l’audience più giovane: se è vero, infatti, che i giovani globalizzati sono più abituati a trascendere i confini nazionali, lo è altrettanto che sono focalizzati a livello nazionale quanto ad abitudini di consumo. E quindi contenuti di interesse «globale» ma declinati sul «locale» possono essere la chiave per appassionare. Al motto di «Let the audience feel», non c’è bisogno di parlare molto.

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