Home»Libertà di stampa»Un punto a favore della libertà di stampa, grazie alla “solita” CEDU

Un punto a favore della libertà di stampa, grazie alla “solita” CEDU

0
Shares
Pinterest Google+
Un’edizione di Tà Nea, settimanale fondato nel 1935 e di proprietà del Lambrakis Press Group

Una delle maniere più moderne per legare le mani e chiudere la bocca ai giornalisti è la richiesta di risarcimento dei danni per articoli ritenuti diffamatori. Una pratica comune anche in Italia, con lo strumento delle querele preventive e spesso temerarie (che il Caffè ha seguìto con attenzione da tempo, in attesa di una nuova legge di disciplina della materia che tarda colpevolmente a essere approvata).

Ora arriva un altro intervento da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (CEDU), che si è pronunciata sul caso di due giornalisti greci, Pantelis Kapsis e Dimitrios Danikas. Ai tempi dei fatti, Kapsis era direttore del settimanale Tà Nèa (Le Novità) e Danikas uno dei suoi cronisti; nell’edizione del 17 dicembre del 2004, sul giornale apparve un articolo che criticava aspramente la nomina di un’attrice greca nella commissione consultiva e delle sovvenzioni teatrali presso il ministero della cultura. L’attrice fece causa all’autore del pezzo, al direttore e all’editore, chiedendo 300.000 euro di danni morali. Il tribunale di Atene condannò i tre al pagamento di 30.000 euro, ritenendo che averla definita un’artista «totalmente sconosciuta», come si legge nel testo, valicasse il legittimo diritto di critica. La sentenza fu confermata, nel 2007, in corte d’appello e resa definitiva nel 2011 dalla Cassazione, nonostante i tre ricorrenti avessero fatto riferimento all’articolo 10 della Convenzione europea, che assicura la libertà di espressione. Nella sentenza, infatti, si legge che – secondo i giudici greci – la Convenzione non viene violata se si giudica, in maniera deliberata, una professionista in carriera come sconosciuta se ciò non è vero, perché equivale a ritenerla «una nullità» nel suo campo e, quindi, le cagiona un danno. Dopo la pronuncia, l’editore di Tà Nèa ha quindi versato all’attrice la somma di 30.000 euro più altri 2.700 euro di spese legali.

I giornalisti, tuttavia, non si sono arresi e hanno fatto ricorso alla Corte di Strasburgo, invocando proprio la violazione dell’articolo 10 della Convenzione. E i giudici europei hanno dato loro ragione. Nella sentenza, infatti, non si mette in dubbio che l’attrice avesse diritto a chiedere a un tribunale di stabilire se fosse stata danneggiata, ma l’errore è stato commesso proprio dai giudici nazionali che non hanno tenuto conto del fatto che la nomina era politica, trattandosi di una commissione governativa, e quindi passibile di giudizio di valore da parte della stampa. Non solo: le sentenze greche non hanno tenuto conto dei parametri della Convenzione europea, perché non hanno giudicato quell’espressione nel suo contesto, per cui l’ingerenza è stata ritenuta eccessiva. In ultima istanza, le sentenze hanno violato un altro principio stabilito da tempo dalla Corte, e cioè che in sede di quantificazione del danno bisogna tenere conto delle condizioni economiche dei giornalisti. E questo anche quando, come nel caso trattato, il pagamento è stato fatto non dal cronista o dal direttore ma dall’editore della testata finita in giudizio. Il principio è fondamentale proprio perché, al di là del fatto che poi sia il giornalista o il suo editore a pagare, è proprio la possibilità di una sanzione economica eccessiva a creare un effetto preventivo di censura, perché il timore di essere vittime di un’azione giudiziaria con richieste di risarcimento per centinaia di migliaia, se non milioni, di euro può indurre i giornalisti meno protetti a rinunciare al loro lavoro di informazione e di denuncia. Provocando un danno alla collettività, che rischia di non essere informata in maniera completa.

La Corte ha quindi stabilito, giacché il risarcimento era già stato versato dall’editore, non la sua restituzione ma lo stanziamento di una somma di 2.000 euro  a favore dei due giornalisti, giudicando che i due avessero subìto un danno morale da questa lunga vicenda che, dopo quasi 13 anni, si è finalmente conclusa con un’altra pronuncia a protezione della libertà di stampa.

Previous post

Chi sono "nuovi arrivati"? Reportage in Europa

Next post

Libertà di fare cronaca: dai giudici un aiuto prezioso