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“Un marziano a Roma”: la verità di Marino

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foto_MarinoUna dedica alle romane e ai romani per bene. Si apre così l’ultimo libro dell’ex sindaco di Roma Ignazio Marino e suona come un richiamo all’onestà quale principio cardine e al tempo stesso come un gesto di gratitudine verso quanti tra i suoi concittadini ancora lottano contro le logiche di palazzo.
«Un marziano a Roma», così come molte delle decisioni prese durante l’amministrazione Marino, ha fatto discutere. C’è chi vede nel libro – e soprattutto nel tour promozionale che, partito da Roma, sta toccando molte città italiane – il preludio a una sua candidatura alle elezioni amministrative di giugno. Indiscrezione smentita dall’ex primo cittadino, che tuttavia avrebbe così l’opportunità di portare a termine il lavoro iniziato.
Il tour approda anche a Torino: in un evento a cura del Caffè dei Giornalisti, sabato 16 alle ore 11 a Palazzo Ceriana Mayneri Ignazio Marino, introdotto dalla Presidente Rosita Ferrato, dialogherà con Giancarlo Caselli.
Sarà quella l’occasione per scoprire se Marino sia dunque “un marziano a Roma”, come Kunt dell’omonimo racconto satirico di Ennio Flaiano. In un articolo su Panorama è stato dipinto come «un po’ Harry Potter, un po’ Forrest Gump», sua figlia Stefania lo considera un nerd, un secchione. Lui si definisce una mente libera e indipendente e «piccolo e umile di fronte alla storia di Roma», ma tiene a ricostruire la sua verità dei 28 mesi del suo mandato.
Non si tratta di un testamento, né di una vendetta – anche se molti sassolini dalla scarpa con questo libro-inchiesta Marino è riuscito a toglierseli. Per Matteo Orfini, presidente del Partito Democratico, è «un romanzo fantasy»: non stupisce, visto che contro di lui si scaglia ripetutamente l’ex sindaco.

In 300 pagine circa, fitte di dialoghi, testimonianze, aneddoti e retroscena, Marino risponde puntualmente alle accuse alla sua amministrazione, ma invita a guardare all’eredità drammatica ricevuta dalla precedente amministrazione Alemanno e, allargando lo sguardo, agli ultimi trent’anni di politica capitolina. E parla di «differenza antropologica» tra la sua giunta e i politici eletti nel consiglio comunale dal PD romano.
Per il politico, suggerisce Marino, «è necessaria una visione ampia, come quella di un vero medico». E richiama spesso il parallelismo tra la sala operatoria e il governo di una città, parla della stessa dedizione nella cura di un malato come nel risanare Roma per restituirle la dignità internazionale che merita. Contrappone ordine e cura a ricchezza ed eleganza.

Sottolinea quanto è stato fatto durate il suo incarico di primo cittadino della capitale, dalla rigenerazione urbana con la lotta all’abusivismo e al consumo del suolo dell’agro romano, alla valorizzazione dei monumenti, all’inaugurazione di 21 stazioni della nuova metropolitana, alla chiusura della discarica privata di Malagrotta, la più grande al mondo, alla trascrizione dei matrimoni di coppie dello stesso sesso celebrati all’estero, per fare di Roma il «laboratorio nazionale dei diritti civili di tutte e tutti».
Azioni oscurate dallo “scandalo degli scontrini”, da quello della Panda rossa «impunemente a zonzo per Roma senza permesso di accesso al centro», sino alle dimissioni volute da quelli che amaramente chiama «i coltelli del mio PD». E non esita a tratteggiare il Campidoglio come «l’inferno dantesco», con un’atmosfera degna di «Blade runner».

Emerge l’aspetto più intimo dell’uomo – e non solo del politico – che sente che la sua fiducia è stata tradita da chi si aspettava al suo fianco. Lo considera anche un tradimento contro la democrazia e il mandato. E per questa ragione ha maggiormente apprezzato il sostegno in rete del gruppo «Io sto con Marino», gli slogan «Resisti!», la lista delle Ha, la mobilitazione in piazza al grido di «Ripensaci!» e le 53.000 firme raccolte, a cui – lamenta – l’informazione giornalistica ha dato poco risalto.
Se è vero, come da citazione di Einstein in epigrafe, che «È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio», Ignazio Marino ce la sta mettendo tutta per scardinare quelli che gli sono stati cuciti addosso. Vuole essere ancora artefice di un cambiamento, convinto che non esista tentativo senza fallimenti. La Roma che vorrebbe è quella descritta nella lettera di Marco, un bambino di IV elementare di una scuola romana.
L’epilogo del suo mandato non sembra aver attenuato la sua intraprendenza quando scrive: «Al potere come sostantivo preferisco, senza dubbio il potere come verbo».

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