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Un incontro con Can Dündar, voce del giornalismo in esilio

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Can Dündar intervistato da Murat Cinar

L’ex direttore generale del quotidiano nazionale Cumhuriyet Can Dündar è stato ospitato al Salone del Libro di Torino: un’opportunità rara per incontrarlo e dialogare con lui, sfruttando l’occasione della presentazione del suo libro Arrestati – tradotto in italiano da Giulia Ansaldo e pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti. Il volume racconta del periodo trascorso in carcere da Dündar in Turchia: nulla di nuovo, verrebbe da dire, come il titolo di un articolo uscito a fine 2015 sul sito dell’agenzia di stampa Pressenza. Pochi giorni prima, lui e un suo collega, Erdem Gul, erano stati arrestati perché accusati di “spionaggio politico e militare”, “divulgazione di informazioni che minacciano la sicurezza dello Stato”, “propaganda per conto di un’organizzazione terroristica” e “diffusione di documenti segreti”. Dundar e Gul sono stati portati nel carcere speciale di Silivri, appena fuori Istanbul.

La loro vera colpa è stata quella di scrivere articoli riguardanti due Tir fermati nel 2014, in tempi diversi e in località diverse, dalla gendarmeria con il mandato di un giudice. Due Tir pieni di armi, guidati dagli uomini dei servizi segreti e diretti verso il confine con la Siria. Considerando la ferma opposizione del governo dell’AKP al governo siriano e il suo fanatico appoggio politico alle opposizioni “moderate” in Siria, la notizia e i suoi approfondimenti avevano avuto larga eco nel Paese per vari giorni, con un eccellente lavoro giornalistico diffuso proprio dal quotidiano nazionale Cumhuriyet con la redazione di fotonotizie, interviste, video e la pubblicazione di vari documenti. Pochi giorni dopo, all’inizio di giugno di quell’anno, il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan aveva denunciato Can Dundar.

Fino a quel momento il governo AKP e il Presidente della Repubblica sostenevano che quei Tir contenessero aiuti umanitari destinati ai turcommani presenti in Siria. Grazie al lavoro di Can Dündar e dei suoi colleghi, tutto era diventato chiaro e quella verità stava creando un palese fastidio al governo. Con il passare del tempo, Dündar è stato accusato di reati che nulla avevano a che fare con la sua attività giornalistica e il giudice del dibattimento chiese una condanna a 42 anni di carcere. Dopo l’abbattimento dell’aereo russo da parte dell’esercito turco, il Presidente della Repubblica ha cambiato versione e preso di mira tutti quelli che non avevano creduto alle sue prime dichiarazioni: “Vi ricordate del caso dei Tir guidati dai servizi segreti? C’è ancora qualcuno che senza vergognarsi ne parla in prima pagina. Erano dei Tir che portavano aiuti ai nostri fratelli turcommani a Bayirbucak. Secondo alcuni io sostenevo che si trattasse di aiuti umanitari, ma non armi. Chi se ne frega se c’erano o meno delle armi? Chi continua a scrivere sul caso dei Tir fa parte di un’attività di spionaggio e il giornalista che diffonde queste notizie la pagherà cara. Io non lo lascerò tranquillo”. Infatti Can Dundar non è stato lasciato tranquillo. Per evitare il rischio di una seconda incarcerazione ha lasciato il Paese e si è rifugiato in Germania, a Berlino. Erdem Gul, rappresentante della sede di Ankara dello stesso quotidiano, è rimasto in Turchia.

Con i capelli e la barba bianchi, un viso decisamente giovane che aveva tanto da raccontare – come le fotografie di Lee Jeffries – Can Dundar, quando sorride, somiglia a un bambino asiatico e quell’espressione gli conferisce un aspetto umile, semplice, felice, quasi fosse in imbarazzo. Gli ho mostrato gli articoli in italiano che parlavano di lui e del loro caso; quando gli ho chiesto perché non si trovasse in Turchia ma in Germania, mi ha risposto così: “Non ho più fiducia nel sistema giuridico in Turchia e non credo che sia uno Stato di diritto. Per cui me ne sono andato. La Germania è il paese più vicino alla Turchia, in tutti i sensi ed a Berlino ho trovato una vita cosmopolita, ho una borsa di ricerca e lavoro per un settimanale tedesco” (il Die Zeit, ndr).

Con l’aiuto di alcuni colleghi, qualche mese fa, Dündar ha lanciato un nuovo portale di informazione, denominato “Ozguruz”, nato con l’obiettivo di dar voce a tutte quelle persone che, in qualche maniera, vivono qualche grave limitazione delle libertà fondamentali. “Sto facendo ciò che so fare, faccio il giornalista. Adoro farlo, anche in carcere facevo questo mestiere e anche ora, in esilio, non l’ho mollato e lo farò fino alla fine. Con questo nuovo progetto cerco di attirare l’attenzione della gente sulla condizione dei giornalisti in Turchia”.

Dündar lasciò la Turchia nell’estate del 2016. Dopo il tentativo di colpo di Stato, il governo dichiarò lo stato d’emergenza e così ebbe inizio un’autentica “pulizia”, anche tra i giornalisti. Così, oggi, la Turchia conta circa 170 giornalisti in carcere. Poco dopo il tentativo di golpe, 12 agosto, Dündar scrisse una lettera aperta in cui dichiarava che non sarebbe rientrato in Turchia finché fosse stato in atto lo stato d’emergenza. In quei giorni, il quotidiano nazionale Hurriyet, vicino al governo, scriveva che Dündar era entrato nella lista delle persone che avrebbero perso la loro cittadinanza perché latitanti. Nel frattempo fu tolto il passaporto prima a lui, poi a sua moglie.

Dündar è un uomo che non può più più tornare a casa. Non può abbracciare i suoi cari, i suoi amici, è lontano dalle strade della sua città e dal suo giornale, l’amato Cumhuriyet. Contro di lui è in atto una campagna di propaganda mediatica, al di là delle pendenze giuridiche: uno dei quotidiani nazionali ultraconservatori, Yeni Akit, annunciava a tutta pagina la protezione umanitaria che Dündar riceve in Germania con queste parole: “Abbiamo scoperto che Can Dündar era un cittadino tedesco, gli mancava soltanto il passaporto”.

“La lontananza è decisamente una cosa difficilmente affrontabile. Tuttavia, devo dire che ho patito dello stesso problema anche in prigione. Prima parlavo con mia moglie attraverso un vetro, ora la sento via Skype. So quanto costa andare contro un potere del genere, ma non posso lamentarmi più di tanto. C’è di molto peggio”.

Dündar dice di non sentirsi particolarmente lontano dai suoi colleghi perché, quando era in carcere, erano loro a provare a tirarlo fuori. Ora sta cercando di fare la stessa cosa con loro attraverso il mestiere del giornalista. “Questa è una situazione ingiusta, i miei colleghi del Cumhuriyet sono in carcere da più di 200 giorni e si presenteranno per la prima volta davanti al giudice dopo circa 9 mesi di detenzione. Io mi sento di avere una grande responsabilità di fronte questo fatto quindi cerco di dare voce a chi non l’ha”.

Oggi la stampa non è libera in Turchia e questo stato di cose è figlio di parecchie ragioni: “Ci manca una vera cultura democratica, di conseguenza le istituzioni non godono di una cultura dei diritti. Manca anche una vera e corretta istruzione al giornalismo: i giornalisti non solo si trovano ad affrontare un potere intollerante ma sono anche, talvolta, gli artefici e le vittime di conflitti e scontri interni. Infine in Turchia vigono leggi antidemocratiche e c’è, di fatto, il monopolio governativo dei media”.

Su quest’ultimo aspetto, Can Dündar sostiene che i Paesi europei abbiano una grande responsabilità; la sua posizione è che l’Europa sia stata complice della salita al potere del governo attuale. “Lo dico ovunque vada: ma l’Europa non è fatta soltanto di questo, è anche un mondo di persone e di istituzioni democratiche, e per questo bisogna ringraziarla”.

Can Dündar definisce “una tradizione storica” il fatto che esista una diaspora turca nel mondo. Secondo lui, oggi, la diaspora è costituita da cervelli in fuga: politici, accademici, scrittori e giornalisti. Facendo parte di questa nuova diaspora, spesso ha occasioni per incontrare i membri di questa realtà e così, insieme, si pensa a progetti da realizzare per il futuro della Turchia.

Dove e come vorrebbe vedersi domani, Can Dündar? “Mi vedo in una Turchia democratica dove si vive una vita normale, anche se la lotta continuerà sempre e non saremo mai totalmente tranquilli. Però credo che siamo arrivati a toccare il fondo e presto inizieremo a risalire, tutti insieme”.

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