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Il lavoro agile? Un brutto Panorama

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Non fosse per la storicità di una testata come Panorama, periodico nato nel 1962 e colpito da una crisi profonda, la notizia dei provvedimenti a danno della redazione del settimanale del gruppo Mondadori rientrerebbe nella triste ma ormai comune contabilità dei giornali vittime della crisi.

Nel provvedimento adottato giorni fa dall’editore nei confronti dei suoi redattori c’è, però, un altro motivo di interesse. Dopo aver deciso, infatti, di mettere in vendita la sede romana, la proprietà di Panorama ha assunto una decisione senza precedenti nel mercato del lavoro giornalistico italiano: l’adozione (finora teorica) dello smart working. Due dei sei giornalisti romani del settimanale sono stati trasferiti a Milano; agli altri quattro, invece, è stato prospettato un contratto di lavoro inconsueto, tanto atipico da non essere ancora previsto da alcuna legge dello Stato, il “lavoro agile”. Si tratterebbe di una soluzione in grado di garantire le tutele del contratto tradizionale a giornalisti chiamati a lavorare senza una redazione, da casa o con l’appoggio – nel caso specifico – in un ufficio affittato dall’editore per ospitare amministrazione e ufficio stampa. Il comitato di redazione di Panorama è insorto e le ragioni del dissenso non si possono non condividere: perché lo smart working, in Italia, non esiste ancora.

Se non in una proposta di legge che tenta di inquadrare il telelavoro, definendone le tre caratteristiche peculiari: l’esecuzione della prestazione lavorativa al di fuori dei locali aziendali, per un orario medio annuale inferiore al 50 per cento dell’orario di lavoro normale, se non diversamente pattuito; l’eventuale utilizzo di strumenti informatici o telematici per lo svolgimento dell’attività lavorativa; l’assenza dell’obbligo di utilizzare una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti al di fuori dei locali aziendali. Finché non sarà legge, tuttavia, il contratto sarà di fatto inesistente e quindi inapplicabile; ciò che pare più probabile, tuttavia, è la riduzione dei compensi dei giornalisti di Panorama attraverso l’abbattimento delle ore di lavoro. Anche senza una nuova legge ad avallarla.

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