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Uccisi, arrestati, minacciati, lasciati soli: 2017, il destino dei reporter nel mondo

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I bilanci di fine anno non sono mai positivi, quando a pagare sono i giornalisti e la libertà di stampa. E soprattutto quando i giornalisti pagano con la vita. Il Comitato di protezione dei giornalisti (CPJ) pubblica in sei lingue il suo ultimo report annuale, completo di data base globale e per Paese. Il metodo di ricerca utilizzato considera oggetto di analisi solo i giornalisti morti in frontline o nell’esercizio della loro professione, oppure in tutti i casi in cui sia certo che la morte dei giornalisti non sia accidentale ma direttamente conseguente al loro lavoro o alle loro investigazioni e ricerche. Non vengono contemplate morte accidentali in incidenti stradali o aerei, o le morti per malattia.

Le notizie, a prescindere dalla metodologia usata, non sono buone: 42 giornalisti in totale sono stati uccisi nell’esercizio del loro lavoro durante il 2017, mentre sette giornalisti sono stati assassinati in Messico, per motivi strettamente connessi alla loro attività professionale.

I Paesi più pericolosi per i giornalisti, quanto a percentuale di decessi, si confermano l’Iraq e la Siria. L’Iraq è per la prima volta in cima al data base, con otto giornalisti uccisi nell’esercizio della professione. L’aumento delle criticità e dei pericoli per i giornalisti in Iraq si devono soprattutto alla più recente frontline su Mosul che ha aumentato fortemente i rischi di perire in battaglia. La Siria che, per cinque volte negli ultimi sei anni, è stata in cima alla lista, diventa seconda, non per questo sminuendo la portata di un terribile conflitto.

Da questi dati, risulta chiaro come le ragioni dei decessi siano strettamente legate ai lavori sul fronte ma allo stesso tempo pone in evidenza come serio e costante il problema della sicurezza che deve essere prioritaria rispetto all’esposizione al rischio. Preoccupa di più il sistematico attacco ai giornalisti in Messico e l’uso dell’assassinio come un sistema terroristico per mettere a tacere i reporter, nonché l’incapacità del governo messicano di opporsi a questa deriva favorendo una cultura diffusa dell’impunità.

In generale, sui dati globali, si nota una flessione degli assassini come strumenti per silenziare i giornalisti ma, allo stesso modo, sono molto più numerosi gli episodi di detenzione, e nemmeno solo temporanea, per metterli a tacere, ottenuti con i capi di accusa più vari, a seconda dei governi in oggetto. Tra questi governi ci sono Turchia, Cina ed Egitto. Non ultima va considerata l’autocensura come strumento di difesa, lì dove i governi iniziano a esercitare pressioni in vari gradi sulla libertà di stampa.

Il 19% dei giornalisti uccisi nel 2017 sono donne, un numero improvvisamente alto (contro il 7% degli anni scorsi): tra loro Kim Wall, uccisa in un sottomarino dal suo intervistato, e la reporter maltese Daphne Caruana Galizia, una veterana del giornalismo investigativo che aveva fatto parte del team dei Panama Papers. Un terzo dei giornalisti morti quest’anno lavorava come freelance e, tra loro, chi pagato il prezzo più caro è sempre il cameraman o il video-giornalista, più soggetto a esposizione al rischio, soprattutto quando lavora in prima linea.

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