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Tv del dolore: spettacolo contro informazione

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tv doloreDrammi personali o collettivi esposti alla gogna mediatica: storie di omicidi, violenze e abusi, aggressioni, atti di bullismo, persone scomparse, incidenti e calamità naturali ogni giorno occupano buona parte del palinsesto televisivo ma non sempre l’intento è quello di informare, piuttosto quello di strumentalizzare il dolore privato per trasformarlo in spettacolo pubblico.
Proprio sulla cosiddetta “Televisione del dolore” l’Ordine nazionale dei Giornalisti ha commissionato all’Osservatorio di Pavia Media Research un’indagine che analizza come vengono rappresentati i casi di cronaca nera e giudiziaria sulle emittenti televisive nazionali.
Il periodo considerato è il trimestre compreso tra il 15 settembre e il 15 dicembre 2014.
Sono stati presi in esame tutti i programmi della tv nazionale con contenuto informativo (esclusi i telegiornali e le loro rubriche) che hanno trattato casi di cronaca nera, giudiziaria o vicende centrate su situazioni di disagio individuale o sociale. Programmi, dunque, che intrecciano elementi tipici del genere “informazione” ad altri più propri dell’“intrattenimento”.
La ricerca ha verificato quanta parte del palinsesto giornaliero è
dedicata a questi argomenti, quali sono i programmi maggiormente impegnati a presentare queste storie e quali sono le modalità e le tecniche narrative che accompagnano il racconto.

In generale l’indagine ha mostrato che l’attenzione alla cronaca nera è molto ampia e costante: 100 ore al mese in media, ovvero 3 ore al giorno. È come se ogni giorno, ciascuna emittente trasmettesse un notiziario del dolore di mezz’ora.
I programmi considerati si concentrano sui casi di cronaca più noti, che diventano così emblematici, con una ridondanza di informazioni e una sovraesposizione dei familiari e conoscenti delle vittime.
I conduttori, gli inviati e gli ospiti si contraddistinguono per la loro condivisione emotiva. È inquietante che solo alcune delle trasmissioni che trattano temi così delicati vengano condotte da giornalisti – che conoscono le carte deontologiche –
e anche che questi figurino in numero poco considerevole tra gli ospiti.

L’indagine ha individuato sette aree di criticità: non vere e proprie violazioni di norme e codici deontologici, piuttosto “cattive pratiche” ricorrenti nella ricostruzione dei fatti di cronaca nera.
Innanzitutto la raffigurazione strumentale del dolore, con l’esibizione di pianti, volti segnati e accanimento voyeuristico.
Poi lo spettacolo nel dolore: non si rinuncia a generalizzazioni e pregiudizi, ossimori pericolosi (omicidio passionale), dettagli inutili e testimonianze superflue.
E ancora l’eccesso patemico nel racconto, che evoca l’allarme e incoraggia la suspense; la narrazione empatica che mescola finzione e realtà per coinvolgere emotivamente il telespettatore; il processo virtuale, una sorta di reality del processo, che offre visibilità e partecipazione mediatica ai protagonisti; l’accanimento mediatico che giustifica l’aggressività dei reporter e la violazione della riservatezza. Infine la logica assorbente dell’infotainment che confonde informazione e intrattenimento.

Si punta alla notiziabilità, favorita dal mistero attorno al caso (i gialli irrisolti), dall’indugio su dettagli macabri, dall’esposizione massiccia di vittime, familiari e conoscenti in qualità di testimoni delle loro sofferenze.
Come ricorda il report della ricerca, le buone pratiche sulle modalità di rappresentazione della cronaca nera ricordano i requisiti che si associano al diritto di cronaca: “la verità della notizia, intesa come sostanziale corrispondenza fra fatti accaduti e fatti narrati, la pertinenza, ossia l’esistenza di un interesse pubblico alla conoscenza del fatto, e la continenza formale, che attiene alla correttezza formale dell’esposizione”.
Principi che garantirebbero i presupposti di obiettività, completezza e imparzialità dell’informazione, la tutela della dignità della persona e la presunzione di innocenza dell’imputato.
Insomma, si tratta di rinunciare a ciò che è inessenziale ai fini informativi e di avere cura della sensibilità degli spettatori, evitando di puntare tutto sulla dimensione emotiva a scapito di quella razionale.

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