Home»Sponde del Mediterraneo»Turchia, quando il sapere è messo all’indice

Turchia, quando il sapere è messo all’indice

6
Shares
Pinterest Google+
Serdar Degirmencioglu (Foto Luca Daniele)

Nel gennaio del 2016 poco più di mille accademici appartenenti a diversi atenei della Turchia hanno firmato e diffuso un appello dal titoloNoi non saremo complici di questo massacro”. Il massacro cui si riferiva l’appello è quello provocato dal conflitto in atto tra le forze armate dello Stato e la guerriglia del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Un conflitto che si protrae da più di trent’anni e che, nonostante due anni di tregua nell’estate del 2016, è purtroppo ripartito, in un modo violento più che mai. Con quest’appello gli accademici invitavano lo Stato a interrompere le operazioni, sospendere il coprifuoco e tornare al tavolo delle trattative, interrotte pochi mesi prima.

Serdar Degirmencioglu, professore universitario, è specializzato in psicologia infantile. Degirmencioglu ha lasciato la Turchia negli anni ’90 per proseguire gli studi all’estero dopo la laurea. Ha ricoperto numerosi incarichi accademici in diverse università del mondo e ha ideato e partecipato a vari progetti di collaborazione internazionale. Degirmencioglu ha all’attivo numerose pubblicazioni in inglese e in turco. Fino al mese di aprile del 2016 lavorava come preside del Dipartimento di Psicologia nell’Università di Dogus, nella città di Istanbul. È stato licenziato per aver firmato quel famoso appello.

Serdar Degirmencioglu si trova ora – e ancora per poco – in Italia. Dopo due mesi di collaborazione con l’Università di Macerata, sta aspettando di ottenere il visto per Bruxelles e iniziare, così, un nuovo percorso lavorativo della durata di un anno. Serdar si trova al di fuori dai confini nazionali della Turchia perché non può rientrare più nel proprio Paese.

Pochi giorni dopo la diffusione di questo appello, chiamato anche “appello per la pace”, i firmatari sono stati offesi, aggrediti verbalmente e umiliati pubblicamente. Non ci è voluto molto perché venissero criticati con queste parole dal Presidente della Repubblica, Recep Erdogan: «Siamo di fronte a un gruppo di persone che si fanno chiamare ‘accademici’. Criticano lo Stato che difende il loro Paese contro un’organizzazione terroristica. Dicono che i diritti e le libertà vengono violati. È semmai l’organizzazione terroristica che viola i diritti e la libertà. Nonostante questa realtà, questa gente accusa ancora lo Stato. Come coloro che cent’anni fa volevano vivere sotto il mandato degli stranieri. Il nostro popolo gli ha risposto come si deve con la Guerra d’Indipendenza. Questi prendono lo stipendio dello Stato, vivono al di sopra della media nazionale e tradiscono la loro patria. Di che parte state? Dalla parte della nazione e dello Stato oppure dalla parte dei terroristi armati?».

Il pubblico di questo intervento storico era composto dagli ambasciatori di diversi paesi presenti in Turchia. Sfruttando poi l’occasione, il Presidente della Repubblica aveva anche invitato Noam Chomsky, anch’egli tra i firmatari dell’appello, a visitare la Turchia e i territori teatro del conflitto. Si è trattato di un discorso storico perché, con esso, ha avuto inizio una campagna mediatica molto forte, cui ha poi fatto seguito quella giuridica. Per esempio, il quotidiano nazionale conservatore Yeni Safak, il giorno dopo, usciva in prima pagina con il titolo “I complici del PKK”, riferendosi agli accademici firmatari; un altro giornale, Gunes, usava queste parole nel suo titolo: “Non sono accademici ma sostenitori del terrore”. Nel mondo politico, le reazioni hanno seguito la linea dettata dal Presidente: per esempio, il segretario generale del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahceli, ha dichiarato: «Spero che l’Ente Superiore per l’Istruzione e i rettori delle università prenderanno le misure necessarie contro questa gente». Infatti, poco dopo, sono partite le prime denunce e gli ordini di detenzione.

Serdar Degirmencioglu è uno di questi firmatari. Definito un traditore della patria, licenziato, accusato di collaborare con le organizzazioni terroristiche, denunciato, si trova tuttora sotto processo. Nell’estate del 2017, mentre si trovava all’estero, il suo avvocato gli ha consigliato di non rientrare in patria, perché a diversi firmatari era stato ritirato il passaporto e, quindi, anche lui avrebbe rischiato di rimanere bloccato in Turchia, oltre che di essere licenziato e incarcerato. Dopo una breve esperienza lavorativa al Cairo, in Egitto, è stato ospitato dall’Università di Macerata. Quando l’ho intervistato eravamo a Bari. Calmo e fermo più che mai, silenzioso e stanco, Serdar ha lasciato sua moglie in Turchia e teme per la sua sicurezza.

«Ciò che ho subito non ha legittimità giuridica. Queste sono le decisioni prese e imposte da un regime prepotente. Agli amministratori delle università, ai loro padroni e ai dirigenti del regime non interessa che il Paese resti privo di numerosi accademici, loro si interessano soltanto che il sistema di lavoro universitario resti precario e di qualità bassa. E il regime desidera accademici obbedienti, esattamente come avveniva ai tempi dell’Impero Ottomano. Quindi ai docenti universitari resta uno spazio di manovra fisico e mentale limitato».

Secondo il professore in esilio ci sono diversi accademici sparsi in Europa, particolarmente al nord, che non possono più rientrare in Turchia; si tratta di una forte pulizia, soprattutto nel suo campo, la psicologia. Ricordiamo, per esempio, il caso di Betül Havva Yılmaz, che attualmente risiede in Germania e lavora come ricercatrice universitaria, firmataria dello stesso appello: quando si trovava già in Germania, Betul scoprì che, attraverso il decreto legge pubblicato nel mese di gennaio di quest’anno, aveva perso il lavoro e le era stato revocato il passaporto. La ricercatrice non può più rientrare in Turchia: dal mese di marzo, organizza proteste personali nella città di Tubinga per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica.

«Quello che ho vissuto e sto vivendo è molto difficile per me: ma non è niente, se paragonato a ciò che avremmo voluto fermare. Parlo della gente uccisa negli scantinati dei palazzi, dei cadaveri sparsi per le strade e rimasti così per giorni. Di quelli conservati nei frigoriferi dai loro cari perché, a causa del coprifuoco, non si poteva uscire nemmeno per celebrare i funerali. Queste sono cose difficili da raccontare, ma bisogna parlarne perché la Turchia deve farci i conti. Ma non solo, anche con altri casi come il massacro di Maras del 1978, il pogrom di Istanbul del 1955 oppure con il 1915».

Serdar Degirmencioglu non resta fermo: scrive su numerose riviste su quanto sia pesante la situazione in Turchia, anche dal punto di vista psicologico. «Cerco di fare presente in ogni luogo l’ingiustizia che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Ora sto lavorando a una conferenza per l’Unione delle Associazioni degli Psicologi del Regno Unito».

Serdar Degirmencioglu e Murat Cinar (Foto Luca Daniele)

L’accademico in esilio specifica che sin dai primi momenti delle denunce e dei licenziamenti, i firmatari dell’appello hanno ricevuto un grande sostegno da diverse parti del mondo artistico, intellettuale e letterario. Inoltre, numerosi avvocati si sono messi a disposizione per aiutarli. «Stranamente, un giorno prima dei nostri primi interrogatori, su un giornale nazionale sono state pubblicate le domande che i giudici e i poliziotti ci avrebbero posto. Grazie all’esperienza degli avvocati abbiamo reagito correttamente e in tempo, senza lasciare spazio ai brogli e agli inganni che si sarebbero potuti organizzare contro di noi, sfruttando magari un nostro eventuale errore».

La solidarietà continua anche tra gli accademici firmatari. Si sentono via mail, si sostengono e si informano sulle loro situazioni. «Attraverso Internet riusciamo anche a discutere le scelte da fare singolarmente e collettivamente. Per esempio, dibattiamo in continuazione sul boicottaggio accademico nei confronti della Turchia. Su questo tema siamo arrivati alla conclusione che occorre boicottare qualunque università in cui venga impedita la libera attività di ricerca e i cui dipendenti vengano licenziati per le loro posizioni politiche».

Il futuro, per Degirmencioglu, è incerto. Dice che alla sua età si trova in difficoltà a cercare lavoro come accademico in esilio, per lui essere obbligato a vivere questa ripartenza da zero è un peso molto grande. Le sue idee sono analoghe anche per il suo Paese. «Non si capisce dove stiamo andando, entriamo spesso in vie che non hanno uscita. Come abbiamo visto nel caso dei brogli nell’ultimo referendum: è tutto tempo perso. Il futuro del Paese e delle università, purtroppo, va in questa direzione. Centinaia di università, ormai, dipendono dal regime e questo vuol dire che sono in via di estinzione. Con loro, se ne andranno anche la libertà accademica e di espressione».

Previous post

La libertà di stampa celebrata nella sua... Maison

Next post

Muri e frontiere. Reportage e testimonianze di un’umanità in fuga