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Tunisia: un docufilm per le voci dimenticate della rivoluzione

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La rivolta del 2011 era nata nel segno della libertà, della democrazia, dell’equità del giudizio e della dignità, nel senso dell’accesso libero e giusto al lavoro, soprattutto dei giovani. La scintilla, che aveva creato focolai, veniva dal sud. Oggi, quel mondo e quel desiderio è stato tradito. Voices From Kasserine, un film documentario di 53 minuti – realizzato da Olfa Lamloum e Michel Tabet con Talal Khoury alla videocamera – denuncia l’emarginazione di una “regione vittima” del Paese; è stato realizzato nella zona frontaliera, vicino al confine con l’Algeria, zona sempre in ebollizione, depressa e ribelle. Kasserine, con la sua vicina Sidi Bouzid, situata a circa 250 km a sud-ovest di Tunisi, è la culla della rivolta scoppiata a fine 2010.

Il film è stato realizzato a sei anni dalla caduta di Ben Ali e presentato nel settembre 2017, ma è tornato a destare interesse sulla stampa dopo la proiezione il 3 aprile scorso all’Institut Français di Tunisi. In un momento di tensione in Tunisia, con l’economia relativamente depressa e il malcontento diffuso soprattutto trai giovani e le elezioni comunali del 6 maggio prossimo, ci si torna a interrogare sul destino della rivolta e lo stato della democrazia nel Paese. Una rivolta nata appunto al sud e soprattutto per la spinta dei giovani, oggi ridotti al silenzio. E se proprio la libertà d’espressione sembrava la conquista più importante della rivolta tunisina con la nuova Costituzione, questo film mette direttamente in dubbio le ragioni della rivolta del 2011. Per la realizzazione del docufilm la politologa Olfa Lamloum, direttrice d’International Alert – organizzazione che lavora per il consolidamento della pace nei Paesi in transizione –  ha condotto diverse ricerche sulla questione dell’emarginazione urbana e dell’esclusione di alcune aree urbane e periferiche, in special modo del Governatorato di Kasserine.

Dopo sei anni dalla caduta di Ben Ali nulla è cambiato, se non peggiorato. Il tutto è visto attraverso la voce degli abitanti delle zone rurali, quelli che non sono mai ascoltati, purtroppo neppure dagli intellettuali impegnati. Anche perché quasi tutto si concentra nella capitale: sono contadini, giovani diplomati disoccupati, bambini, ragazzi che vivono di contrabbando e artisti impegnati, nonché militanti della società civile. Tutte voci scomode e, a diverso titolo, rappresentative del prisma problematico di quest’area.

Si sentono spodestati del futuro oltre che lamentare un presente difficile: e questo è precisamente il profilo del giovane medio tunisino. Non ha neppure qualcosa contro cui ribellarsi, come prima della rivolta, e in un certo senso è in una condizione psicologica peggiore. Teoricamente libero per legge ma inascoltato, quindi frustrato di non aver potuto o saputo cogliere le possibilità che molti intellettuali hanno preso al volo, magari semplicemente perché non si sono trovati nel luogo giusto.

Insieme a Olfa Lamloum ha lavorato Michel Tabet, regista franco-libanese il cui approccio si inserisce a metà tra il documentario e le scienze sociali; Tabet è collaboratore con ricercatori, in particolare del CNRS, per sviluppare dispositivi di inchiesta filmica. La Lamloum con International Alert, dal 2012, ha realizzato due studi, già pubblicati da IA, sulla regione di Kasserine: rispettivamente “Giovani e contrabbando a Kasserine” e “Lo stato della sicurezza e la gestione delle frontiere dal punto di vista della popolazione di Kasserine”. Questo lavoro, del quale il docu-film è la punta dell’iceberg anche in termini di immagini, mira a restituire voce a chi viene condannato dall’opinione pubblica e additato come responsabile del malaffare che si sta diffondendo nel Paese quando, piuttosto, ne è vittima. L’approccio è interessante, al di là della valutazione del film, in termini di metodo: la disponibilità all’ascolto di voci non filtrate dai giornali e dagli intellettuali che si fanno portavoce di un’istanza che comunque viene spesso mediata e rielaborata. Inoltre, la lingua è il tunisino nel dialetto locale e non, come spesso accade, il francese colto che “depura” molte asperità della condizione di disagio, finendo per modificarne in parte il contenuto. Analizzando la libertà di parola dovremmo, infatti, porci anche la questione dell’accessibilità ai luoghi di comunicazione e al modo nel quale ci è permesso di comunicare. In quest’aera siamo molto lontani dalla realtà del nord, della capitale, dagli ambienti urbani di medie dimensione e dalle zone costiere a vocazione turistica: qui l’analfabetismo è ancora una piaga e si lotta con una precarietà che non è fatta di mancanza di lavoro, ma di acqua, di frequenti interruzioni di elettricità.

Al di là del film, vale lo spunto e l’osservatorio, frutto di un’analisi sul campo attenta e puntuale che disegna una gioventù disperata, una Tunisia dell’interno disincantata rispetto a una Tunisia paese costiero, relativamente agiato. E segna la continuità con il regime del precedente presidente che non si è riusciti a superare e che si sta diffondendo: la denuncia è della stessa stampa Tunisina, Kapitalis in testa, che parla di diffusione di un sistema “mafioso”. Paradossalmente è più facile trovare la libertà di parola per questioni che destano scandalo contro la morale tradizionale in Tunisia, perché possono essere trattate in luoghi ad hoc e in qualche modo drenano consenso: sono posti gestiti da intellettuali, impegnati sì, ma non emarginati, com’è il caso della settimana culturale consacrata alle questioni LGBTQ in programma dal 10 fino al 14 aprile all’Istituto Francese di Tunisi. Ci sono voci che sono lontane dai microfoni e non hanno nome: bisogna andarle a trovare e ascoltarle. Un lavoro impegnativo e forse non così premiante per il grande pubblico, ma che racconta molto di autentico del Paese.

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