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Tunisia: Repubblica di nome, repressione di fatto?

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Néji Bghouri

Il SNJT, Syndacat national des Journalistes tunisiens, ha denunciato per bocca del suo presidente, Néji Bghouri, più di 100 aggressioni fisiche in Tunisia aventi come obiettivo 139 individui che lavorano nel settore dei media negli ultimi sei mesi del 2017. Gli episodi di violenza sono stati commessi contro 35 giornalisti donne e 104 uomini che esercitano la loro professione nel campo delle reti televisive, delle radio, della carta stampata e dei siti web. Il rapporto semestrale di SNJT deplora la persistenza delle violenze contro i giornalisti, in particolare quando si tratta di impedire loro l’accesso alle informazioni, e il presidente sottolinea che «i dati dimostrano come il mestiere di giornalista, da noi, sia ancora in pericolo e la libertà di stampa sotto minaccia». Altri problemi gravi emersi dal rapporto riguardano la continua ingerenza denunciata dal SNJT: «Un’ingerenza flagrante – ha aggiunto Bghouri – nei contenuti mediatici, specialmente per quanto ha riguardato la legge sulla cosiddetta “riconciliazione amministrativa”».

Il provvedimento cui fa riferimento il presidente del SNJT è una legge approvata lo scorso settembre in Tunisia, fortemente avversata dalle opposizioni in Parlamento, che si risolve in una sorta di amnistia per i reati di corruzione compiuti da membri e funzionari del regime di Ben Ali, caduto nel 2011 dopo 23 anni di potere pressoché assoluto. Ebbene, il governo e le forze dell’ordine hanno tentato in maniera esplicita, e talora violenta, di distorcere l’informazione su questo progetto di legge recentemente approvato con i voti della maggioranza esercitando censure e pressioni politiche per fare sì che i giornalisti non si esprimessero in maniera contraria al progetto di legge. Un’altra norma che preoccupa molto il sindacato è quella che dovrebbe punire ancora più duramente gli attacchi alle forze armate: una vera minaccia, sostengono, per la libertà personale di ciascuno. In nome della sicurezza, infatti, verrebbero ristretti notevolmente i campi della libertà di stampa e di espressione, col pretesto di salvaguardare la sicurezza nazionale. Non solo: la legge, infatti, dovesse essere promulgata prevederebbe addirittura pene detentive contro i giornalisti. Mondher Cherni, membro dell’associazione nazionale di lotta contro la tortura e consigliere giuridico del sindacato, ha aggiunto: «La mentalità dei nostri governanti è ancora estremamente reazionaria, ed è un atteggiamento che riguarda tutta la pubblica amministrazione tunisina. Una forma mentis che respinge i principi di trasparenza e di buon governo; eppure il governo si era impegnato, per esempio, ad abolire una circolare che tuttora impedisce a chiunque abbia responsabilità statali di rilasciare dichiarazioni ai media senza aver ottenuto specifica autorizzazione».

Bghouri, che dal quotidiano nazionale Le Temps viene spesso definito “ultimo dei mohicani”, continua a ripetere, in tutti i suoi interventi, che non può esistere democrazia se non c’è libertà di stampa. Finché il suo grido troverà scarsa eco nel Mediterraneo, è probabile che le cose non prendano un’altra direzione, anche se la Tunisia si fregia del titolo di Repubblica.

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