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Tunisia, 3 maggio: liberi, ma fino a quando?

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Foto di Rosita Ferrato

Anche a Tunisi si è celebrato il 3 maggio, la giornata internazionale della libertà di stampa. Alla sede del sindacato dei giornalisti (SNJT) nel centro della città, una conferenza stampa ha presentato il rapporto annuale sulla libertà di stampa.

Il rapporto di Snjt copre il periodo dal 3 maggio 2018 al 3 maggio 2019. Il presidente del sindacato, Neji Bghouri, ha sottolineato le inquietudini rispetto all’ingerenza della politica e degli uomini d’affari sui media tunisini in questo anno elettorale. Ha messo in guardia contro le minacce verso questo principio: «Anche se la Tunisia costituisce un’eccezione nella regione in materia di libertà di stampa, questo principio resta minacciato soprattutto dai politici che vogliono trasformare il paesaggio mediatico in un’arena di regolamento di conti. La libertà di stampa è uno dei rari diritti acquisiti con la rivoluzione. Siamo liberi, ma fino a quando? La libertà di stampa è una realtà palpabile, ma purtroppo precaria».

Una realtà in cui si sono contati 200 giornalisti oggetto di attacchi di vario genere; inoltre, un’altra situazione sta mettendo a rischio la libertà di informazione locale, e cioè il fatto che 150 giornalisti siano stati licenziati senza giusta causa e che, in altri 400 casi censiti, ci siano stati ritardi gravi nei pagamenti dei salari. In particolare, la situazione più precaria è quella dei collaboratori locali, che soffrono per lo stillicidio di pagamenti del loro lavoro, che già non è particolarmente ben retribuito. 

Foto di Rosita Ferrato

Bghouri ha sottolineato anche gli aspetti positivi di questi 12 mesi: la convenzione collettiva dei giornalisti tunisini, firmata a gennaio 2019, è una protezione in più per il lavoro giornalistico ma manca una visione chiara – così dice – e pure una riforma delle leggi di settore, così come una nuova regolamentazione dei media audiovisivi. Ecco perché il sindacato tunisino chiede ancora che il Parlamento esamini il progetto di legge che riorganizzi il settore, e che vengano risolte le confusioni create da norme e autorità che paiono in conflitto o, comunque, non regolate armonicamente (come Haica, la Haute autorité indépendante de la communication audiovisuelle, una specie di AgCom tunisina cui il Caffè aveva dedicato, a suo tempo, un approfondimento). 

A fare da controcanto alle parole del sindacato, il presidente della federazione tunisina dei direttori di giornale, Taïeb Zahar, che ha espresso le sue preoccupazioni per la mancanza di una volontà politica che appoggi i giornali e i giornalisti nel creare contenuti di qualità e affidabili. Secondo Zahar il punto chiave è il discorso finanziario, perché soprattutto la stampa e i siti di informazione sono in crisi e avrebbero bisogno di sostegno. A epsrimersi per ultimo è stato Lassaâd Khedher, che è presidente del sindacato delle televisioni private tunisine, il quale ha denunciato lo stato di allerta dei conti degli editori televisivi. Alcuni canali tivù, secondo lui, potrebbero già chiudere nei prossimi mesi perché mancano sia fondi statali sia investimenti pubblicitari privati. 

 

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