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Tripadvisor, le recensioni false, il mito del web libero, vero e gratuito

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I tempi della recensione da parte del critico gastronomico sembrano preistoria: nel giro di qualche anno, grazie al web, una generazione di giornalisti e critici è stata spazzata via (o è stata costretta ad adattarsi) allo straripare delle recensioni “dal basso”, quelle di servizi come Tripadvisor. La ricetta offerta da queste società che operano sul web è, come sempre, accattivante (e condita con una buona dose di non-verità): perché pagare qualcuno per ottenere recensioni, quando ce le possiamo scrivere noi? Chi è più affidabile della gente comune, dei clienti, degli utenti per scrivere critiche imparziali, genuine e non interessate come quelle vergate dai professionisti?

Detto, fatto: Tripadvisor è diventata la guida di riferimento mondiale per bar, gelaterie, osterie, ristoranti, ostelli e resort. Sì, magari controllando qualche locale a noi conosciuto pareva strano che il tale utente (rigorosamente anonimo) potesse tessere le lodi di un vino del quale era palese non avesse alcuna conoscenza, o che potesse essere ritenuto affidabile per aver apprezzato una insuperabile pizza con fragola e ananas. La risposta che spesso arrivava era che, nel mucchio, era normale che qualche contributo fosse inaffidabile ma che, all’aumentare della massa di recensioni, i giudizi avrebbero sempre più rispettato l’oggettività.

Poi sono iniziati i primi dubbi: i gestori di molte attività lamentavano l’esistenza di recensioni negative da parte di gente che non si era mai fatta vedere né sentire nel loro locale, alimentando il dubbio che si trattasse di concorrenti sleali che tentavano di rovinare la loro attività. Dopodiché, sono fiorite società che offrivano “pacchetti” di recensioni (false) in cambio di denaro, che ristoratori e albergatori acquistavano per far salire le quotazioni (e gli affari) delle loro imprese commerciali. Finché, evidentemente pressata dal calo di affidabilità popolare, è intervenuta la stessa Tripadvisor (che non è un ente benefico, come molti di quelli che la utilizzano pensano, ma una società privata Usa che fattura più di un miliardo e mezzo di dollari l’anno ed è controllata dal milionario John C. Malone, proprietario di Liberty Media) per studiare la veridicità dei contributi degli utenti, ovvero le fondamenta stesse di Tripadvisor.

E cosa ne è uscito? Il report sulla trasparenza delle recensioni ha stabilito che, sui 66 milioni di recensioni pubblicate sulla piattaforma solo nel 2018, un milione erano false. Nove di queste dieci recensioni bugiarde erano state pubblicate da parenti o amici dei gestori (quindi positive a priori), mentre il 6% erano falsamente negative (e spessissimo diffamatorie) perché scritte da detrattori interessati alla cattiva fama di un concorrente. Infine, il 3% delle recensioni vagliate tra quelle false erano state scritte a pagamento. Attenzione: si tratta di dati forniti da Tripadvisor stessa, per cui (altro caso di fiducia necessaria, evviva la trasparenza del web) bisogna per forza di cose ritenerli affidabili, oppure pensare che si tratti di dati fin troppo generosi. Peraltro, in tutti gli altri casi – ammesso e non concesso che si tratti di recensioni genuine – non è che gli scritti pubblicati diventino, per ciò stesso, pareri affidabili o forniti da qualcuno che abbia una competenza riconosciuta nel giudicare cibi e bevande.   
Infine, quasi il 5% di tutte le recensioni immesse sul portale nel 2018 è stata eliminata prima della pubblicazione, perché palesemente conteneva materiale diffamatorio, osceno o falso. 

Altri problemi collaterali sono posti da fatto che le sanzioni a danno di coloro che comprano recensioni, o che provano a ledere la reputazione della concorrenza, sono a) decise autonomamente da Tripadvisor e b) rimangono in ogni caso anonime. Per essere un luogo di trasparenza e libertà, e di libero scambio di informazioni, anche qui ci troviamo di fronte a un’impresa privata che gestisce a porte serrate, e chiedendo al pubblico di fidarsi a scatola chiusa, milioni di opinioni, commenti, voti che significano miliardi di fatturato per chi opera nel settore della ristorazione e della ricezione alberghiera. Essendo casa loro, decidono loro.

Questo significa, forse, che è tutto da buttare? No, certo. Vuole dire soltanto che, una volta di più, l’abbaglio del web “libero, sincero e gratuito” è, appunto, un abbaglio. Tripadvisor è “gratis” perché fa lavorare (gratis) i clienti come recensori (e molti sono felicissimi di farlo, quando invece si offenderebbero se il loro datore di lavoro chiedesse loro di regalare un’ora del loro tempo) e si vende i dati di tutti quelli che utilizzano la loro applicazione o che consultano il loro sito. Questo non significa rimpiangere i tempi in cui il recensore era un temutissimo uomo barbuto che si aggirava per hotel e taverne a giudicare materassi, condimenti e dessert pubblicando i suoi strali sul quotidiano del mattino dopo; ma che, forse, esiste una via di mezzo. Perché la competenza e la deontologia, come in tutti i lavori, hanno un valore. E la Rete, nonostante la sbornia collettiva del web gratuito per tutti, non li ha obliterati. 

 

 

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