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Tensioni con Trump, costo della carta: la crisi della stampa in Turchia

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La Turchia sta attraversando una crisi economica molto forte. Tra le ragioni più probabili, il conflitto tra l’amministrazione Trump degli Stati Uniti d’America e il governo guidato dal Presidente della Repubblica di Turchia. Uno dei settori vitali più colpiti dalla crisi è quello della stampa.

Andrew Craig Brunson

Motivi cronici della crisi
Mediaticamente, la crisi politica tra gli alleati sarebbe nata con la detenzione di un pastore evangelista, Andrew Craig Brunson. Un cittadino statunitense accusato di avere legami e ruoli con il fallito tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016 e di avere connessioni con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), organizzazione armata definita “terroristica” da parte dello Stato. Brunson è stato trattenuto circa per due anni in carcere ed è stato liberato sotto condizione il 25 luglio del 2018, per via delle sue condizioni di salute. Brunson non può abbandonare il territorio nazionale e deve rimanere presso la sua abitazione. Il tribunale che si occupa del suo caso lo processa con una richiesta di condanna che arriva fino a trentacinque anni di detenzione.

Dalla crisi politica alla crisi economica
A partire da quel momento, da parte dell’amministrazione Trump sono state prese alcune misure di boicottaggio. Il primo agosto del 2018, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha deciso di applicare sanzioni contro il Ministro della giustizia e quello degli interni, ritenuti principali responsabili di questa crisi. Successivamente Donald Trump, in diverse occasioni pubbliche, ha espresso la sua rabbia contro il governo turco. Per numerosi prodotti turchi sono state ridotte le quote e aumentate le tasse.

Ovviamente non tutto dipende dalla detenzione di un pastore. Le relazioni economiche e politiche tra questi due Paesi sono tese da anni. Per fati come le scelte militari e politiche del governo turco nella guerra civile siriana; o il caso dell’imprenditore turco-iraniano Reza Sarraf, accusato di bypassare l’embargo statunitense contro l’Iran in collaborazione con diversi ministri del governo e dirigenti della banca statale HalkBank. Secondo Serraf l’attuale Presidente della Repubblica è stato sempre a conoscenza dei fatti.
Senz’altro, uno dei tasti dolenti tra questi due storici alleati è il caso dell’ex imam Fethullah Gulen, leader del movimento religioso Hizmet e accusato dal governo turco di essere il cervello e il mandante del fallito golpe del 2016. L’ex alleato del governo si trova in auto-esilio da più di quindici anni negli Stati Uniti e, nonostante varie richieste di rimpatrio, il governo turco finora non ha ricevuto un riscontro positivo dalle amministrazioni statunitensi. Oggi sembra che questa crisi, da eminentemente politica si stia trasformando in una crisi anche economica.

La crisi economica colpisce anche la libertà di stampa
Dato che, secondo l’attuale governo, nessun errore è stato commesso negli ultimi quindici anni nel settore economico, la crisi attuale è opera di un’amministrazione nemica come quella di Trump. Per cui, come è stato fatto finora in tutti i casi di conflitto sociale, criticare il governo e accusarlo di aver sbagliato le sue scelte economiche è vietato. Le critiche sono spesso definite “atti che minacciano la sicurezza economica”: dal 13 agosto scorso, alcuni procuratori della Repubblica hanno denunciato numerosi cittadini con questa accusa. In pochi giorni, 346 persone sono state portate in giudizio per via dei loro messaggi sui social media riguardanti la crisi economica.

Una stampa che rischia di scomparire a causa del governo
A causa della crisi economica, la stampa cartacea rischia di dichiarare fallimento. Le fabbriche statali di produzione di carta, come la Seka, sono state privatizzate nei primi anni dell’arrivo al potere del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP), che governa il Paese da più di quindici anni. Nonostante cinque ricorsi, nel 2003, le fabbriche Seka sono state vendute al gruppo imprenditoriale Albayrak. Nome noto a livello mondiale, dato che uno dei figli della famiglia Albayrak è il genero del Presidente della Repubblica nonché l’attuale Ministro del Tesoro. I ricorsi si basavano sull’accusa di aver indetto un’asta pubblica ingiusta, a prezzi di vendita molto inferiori rispetto al reale valore delle fabbriche. Grazie a una modifica legislativa, però, il governo ha dato potere decisionale sulle aste pubbliche al Consiglio dei Ministri. Quindi, la vendita è avvenuta immediatamente. Peraltro, nel 2005 le fabbriche Seka hanno chiuso i battenti.

Mustafa Ilker Yucel

A subire le prime conseguenze del caro-carta è stato il quotidiano nazionale Aydinlik. Il suo direttore generale, Mustafa Ilker Yucel, ha dichiarato recentemente: “Abbiamo dovuto interrompere la pubblicazione per tre giorni. In questi ultimi anni la Turchia è diventata dipendente dalla produzione straniera, prima di tutto quella russa. Ovviamente, l’acquisto di carta effettuato in moneta straniera in questo momento storico ci ha messo in difficoltà. Ad oggi, tra i due Paesi, non è stato firmato alcun accordo che preveda un piano per salvare il mercato e garantire le pubblicazioni dei quotidiani. Mentre il governo AKP, in tutti questi anni, ha introdotto numerosi sgravi fiscali per le aziende edili, nel settore giornalistico per l’acquisto della carta non è stata presa nessuna misura fiscale. La Turchia si è trovata con un mercato che dipende dall’estero per sessanta percento delle sue necessità”.
Un altro quotidiano nazionale, Birgun, ha dovuto aumentare il suo prezzo di vendita. Il presidente del consiglio amministrativo Ibrahim Aydin descrive così la condizione in cui si trova il giornale: “Grazie ai cambiamenti legislativi, tutte le banche statali sono state obbligate a investire sulla pubblicità cartacea e sono state spinte a firmare contratti con i giornali vicini al governo. Quindi, oggi, a pagare il costo della crisi sono i quotidiani piccoli e indipendenti. Ci troviamo in notevole difficoltà per comprare la carta. Nei nostri magazzini abbiamo abbastanza carta per quattro o cinque mesi, non di più”.

La crisi ha effetti devastanti anche nel mondo delle riviste di satira. Mentre Leman ridimensiona il suo formato, Uykusuz decide di aumentare il suo prezzo. Tuttavia secondo, Tuncay Akgun, direttore generale della Leman, un ulteriore aumento potrebbe voler dire cessare l’attività. Akgun spiega così la situazione: “Nella media, i nostri lettori sono studenti universitari o comunque gente con pochi soldi. Quindi il futuro delle riviste di satira è in forte rischio”.
La casa editrice Ayrinti e Oglak, la fondazione Ugur Mumcu e sette giornali locali a Izmir hanno dovuto aumentare il prezzo di vendita, cambiare il formato oppure fermare le pubblicazioni.
Il presidente generale del Sindacato dei Giornalisti, Gokhan Durmus, in un suo intervento presso il parlamento nazionale ha pronunciato queste parole: “Il prezzo della carta ha subìto un aumento del cento per cento. Vediamo aumentare il prezzo dei giornali oppure ridurre il numero delle pagine. Alcuni hanno deciso di non uscire di domenica, alcuni non sono più quotidiani ma sono diventati settimanali. Richiediamo un abbassamento delle tasse e un sgravio fiscale nell’acquisto della carta”.

In merito alla crisi della carta si è pronunciato, sempre nel parlamento nazionale, anche il deputato dell’opposizione Utku Cakirozer: “Per un giornale non è in aumento soltanto il costo della carta ma sono in aumento tutti i costi vivi grazie alla crisi: distribuzione, il costo dei dipendenti e i diritti d’autore. Se mettiamo nel conto anche la riduzione del numero delle pagine, interruzioni nella pubblicazione e diminuzione delle vendite, possiamo dire che siamo di fronte a una crisi che riguarda anche la libertà di espressione. Il cittadino non potrà praticare pienamente il suo diritto all’informazione e la vita culturale del Paese subirà dei danni. Inoltre, molto probabilmente, presto saranno licenziati numerosi giornalisti e lavoratori della filiera dell’informazione. La stessa crisi, colpendo anche le case editrici, potrebbe creare danni anche nel mondo della ricerca e divulgazione scientifica”.

In un Paese che conta più di 150 giornalisti in carcere, 70 giornali, 25 canali radiofonici, 15 agenzie stampa, 29 case editrici, 20 riviste e 20 canali televisivi chiusi in questi ultimi due anni, si rischia di perdere un’ulteriore parte della voce della stampa.

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