Home»Professione giornalista»Telecamere nascoste? Il primo sì della corte europea

Telecamere nascoste? Il primo sì della corte europea

0
Shares
Pinterest Google+
La redazione attuale del programma di servizio svizzero Kassensturz (verifica di cassa)
La redazione attuale del programma di servizio svizzero Kassensturz (verifica di cassa)

Per la prima volta dal suo insediamento, datato 1959, la Corte Europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata su una questione di stretta attualità professionale, l’uso di telecamere nascoste nel lavoro giornalistico. La sentenza che ha emesso è destinata a fare giurisprudenza sul diritto di cronaca per tutti i reporter europei.

La storia di cui si sono occupati i giudici di Strasburgo è interessante. I quattro ricorrenti (Ulrich Mathias Haldimann, Hansjörg Utz, Monika Annemarie Balmer e Fiona Ruth
Strebel) sono giornalisti svizzeri di Kassensturz (in italiano  “Verifica di cassa”), un programma televisivo settimanale del canale SRF1 molto conosciuto nel territorio elvetico, storicamente dedicato alla tutela dei consumatori. Nel febbraio del 2003, nel corso di una puntata dedicata al malcostume di certi mediatori di aziende assicurative, la giornalista Fiona Strebel si era finta potenziale cliente e aveva incontrato un broker assicurativo. Nella stanza accanto, la collega Monika Balmer era in ascolto della conversazione, in compagnia di un esperto del ramo assicurativo. Al termine del colloquio, nel quale la Strebel era stata a dir poco male informata sui suoi diritti di consumatrice, se non raggirata, la Balmer si era palesata al broker, invitandolo a spiegare la sua condotta scorretta; il professionista si era ammutolito all’istante, rifiutando il dialogo. Spezzoni del colloquio erano poi andati in onda, con il viso dell’agente assicuratore e la sua voce opportunamente camuffati.

Il logo della trasmissione elvetica, in onda dal 1974
Il logo della trasmissione elvetica, in onda dal 1974

Denunciati dal broker, nel novembre del 2007 i quattro erano stati condannati a lievi pene pecuniarie per aver “registrato e filmato una conversazione con telecamere nascoste”, violando la riservatezza di un ignaro cittadino. In appello, la corte aveva sì riconosciuto che sussistesse un interesse pubblico alla messa in onda del servizio giornalistico, ma la condanna era stata ugualmente confermata perché i giudici ritennero che “i giornalisti avrebbero potuto utilizzare un metodo meno lesivo degli interessi privati ” del querelante. Infine, nel febbraio 2009, l’Alta Corte di Zurigo (la nostra Cassazione) aveva ulteriormente ridotto ma confermato nella sostanza le condanne.

I quattro hanno quindi fatto ricorso alla Corte Europea  di Strasburgo, invocando l’applicazione dell’articolo 10 della convenzione europea (che tutela la libertà di espressione). La Corte ha ritenuto di dover utilizzare la propria giurisprudenza in materia di attacchi contro la reputazione personale di personaggi pubblici, applicando quindi i criteri dell’interesse generale del dibattito, le fonti utilizzate, la veridicità delle informazioni fornite al pubblico, forma e contenuto delle notizie e la misura delle sanzioni ricevute dai tribunali nazionali. Nonostante, infatti, il broker non fosse un personaggio pubblico (motivo principale per cui i giornalisti erano stati soccombenti nel giudizio penale, avendolo ripreso a sua insaputa) la corte ha ritenuto prevalente l’interesse generale della notizia per i consumatori, anche perché la trasmissione si era premurata di non rendere riconoscibile l’assicuratore e incentrava l’attenzione del servizio non tanto sulla scorrettezza del singolo professionista quanto sul problema diffuso delle pratiche sleali a danno dei cittadini da parte di numerosi operatori sul mercato. E ha ritenuto legittimo l’uso di telecamere occultate per documentare un diffuso malaffare. La condanna dei quattro reporter di Kassensturz è stata quindi cassata.

In Italia, la disciplina dell’uso di telecamere nascoste è frammentaria. Spesso viene investito della questione il garante della privacy, che spesso interviene per vietare la (ri)messa in onda di servizi in cui i reporter omettono di qualificarsi come giornalisti e registrano audio e video all’insaputa dell’interlocutore. Il codice deontologico dei giornalisti permette di omettere la propria qualifica solo nei casi in cui «ciò comporti rischi per la sua incolumità o renda altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa». La pronuncia europea appena depositata potrebbe rendere questa posizione non più legittima e potrebbe influire anche sulla nuova legge che disciplina la diffamazione a mezzo stampa, ancora da approvare e già contestata.

Si può scaricare il dispositivo della sentenza qui.

Previous post

I giornalisti siriani esiliati incontrano gli studenti italiani

Next post

Marcello Sorgi: il mestiere del giornalista? Dubitare sempre