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Taci o ti querelo: giornalisti senza protezione

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ossQualche mese fa vi abbiamo presentato il lavoro di Ossigeno per l’Informazione, una onlus votata alla difesa della libertà di stampa che “abita” negli spazi della sede romana dell’Odg. La capillarità delle sue statistiche è finalmente stata condensata in un dossier dal nome volutamente provocatorio: Taci o ti querelo (potete scaricarlo gratuitamente qui). Un titolo che ricorda il libro di Alessandro Gilioli e Guido Scorza, Meglio tacere, dedicato allo stesso tema.

Il dossier è stato presentato nel corso dell’International Day to End Impunity for Crimes Against Journalists, ossia la Giornata Internazionale per mettere fine all’impunità per i reati compiuti contro i giornalisti, in collaborazione con lo European Centre for Press and Media Freedom di Lipsia (ECPMF). Finalmente si tratta di dati certificati dal ministero della Giustizia italiano, forniti dal suo ufficio statistica dopo le numerose richieste inevase da parte di Ossigeno: «Finora l’assenza di una raffigurazione oggettiva del problema – ha detto Alberto Spampinato, “anima” della onlus – ha indotto a minimizzare la realtà e a rinviare l’assunzione di qualsiasi medicina. Ma adesso che finalmente, il Ministero ha acceso la luce sul fenomeno, ora che il governo ha fornito dati oggettivi e inconfutabili, nessuno potrà più nascondersi dietro l’alibi di non sapere».

Ed è una situazione davvero allarmante: solo l’anno scorso i tribunali hanno condannato i giornalisti a 103 anni di galera, hanno giudicato il 90% delle querele sporte contro di loro come infondate, hanno vagliato 911 citazioni in sede civile per il risarcimento di (presunti) danni con richieste totali di 45,6 milioni di euro, hanno calcolato 54 milioni di spese legali.
Insomma, un inferno per quasi tutti i giornalisti invischiati in procedimenti penali per diffamazione e civili per danni alla reputazione. Circa 30.000 giornalisti (uno su tre iscritti all’Ordine!) ha ricevuto almeno una intimidazione: nel 40% dei casi si è trattato di una querela poi risultata infondata.

Il fatto che soltanto una percentuale esigua di denunce sia convalidata da una sentenza significa che moltissime querele contengono accuse infondate, esagerate. Significa che molte accuse di diffamazione a mezzo stampa sono pretestuose, sono formulate strumentalmente, sono presentate per ragioni che non hanno niente a che fare con la tutela della reputazione personale. Sono veri e propri abusi del diritto. Questi abusi fanno girare la macchina della giustizia a vuoto e la trasformano in uno strumento di intimidazione e ricatto, in un bavaglio per i giornali e i giornalisti. Moltissime querele dovrebbero perciò essere fermate sul nascere. E chi commette questi abusi dovrebbe essere scoraggiato con gli strumenti previsti dal diritto, applicando in modo sistematico le penalità già previste per punire le liti temerarie. [dal dossier “Taci o ti querelo”]

Da quasi un anno e mezzo giace in Parlamento la nuova legge sulla diffamazione. Una norma peraltro insufficiente, ma che comunque è stata congelata nel dibattito politico e costantemente scavalcata da provvedimenti che si ritengono più urgenti. Così come congelata è l’azione dei cronisti: l’effetto di questa montagna di querele e citazioni, come il dossier sottolinea, è quello di procurare affanni e angosce in chi teme di subire condanne e, più in generale, un chilling effect su chi fa informazione. La paura di essere invischiati in vicende giudiziarie che, a torto o a ragione, procurano spese e tormenti, finisce per esercitare un impedimento alla libera espressione e alla circolazione delle informazioni. Chi continuerà a fare inchieste, se non protetto da un editore? Chi si arrischierà a “fare i nomi”, se a ciascun articolo di ordinaria cronaca e vaglio degli avvenimenti, ormai, fa sèguito una carta bollata intimidatoria dell’interessato?

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