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Stop diffamazione per i giornalisti? Sì, peccato che…

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Immaginate un proprietario di un giornale che si presenta in tribunale per chiedere ai magistrati di non applicare contro di lui la legge che condanna i giornalisti (e gli editori) per diffamazione. Immaginate una corte che non solo gli dà ragione ma, in aggiunta, dichiara che la legge in questione è incostituzionale. Tutto ciò è successo. Solo che, a differenza dell’Italia in cui da anni si dibatte per cancellare un rigo sul codice penale, questo passo in avanti della civiltà giuridica è avvenuto nell’enclave sudafricana del Lesotho.

Il Lesotho: che non è un paradiso della libera informazione, secondo gli osservatori di Rsf, tanto che alcuni cronisti minacciati sono stati costretti a lasciare il Paese e a riparare in Stati vicini per sfuggire a minacce e pressioni intollerabili. Ma proprio dal Lesotho arriva questa bella storia, nata grazie a Basildon Peta, boss del giornale Lesotho Times; l’uomo ha agito per difendersi da una accusa che gli era stata mossa nel luglio del 2016, anno in cui – sempre a proposito di clima intimidatorio e violenza contro i media – il suo predecessore era stato vittima di un attentato. La ragione della denuncia contro Peta risiedeva in un fondo satirico pubblicato sul suo giornale, nel quale veniva messa alla berlina l’autorità militare. L’editore si è difeso in aula sostenendo che l’accusa di diffamazione violava il diritto alla libera espressione, che nel suo Paese è garantito (come da noi, del resto) nella Carta fondamentale. In aggiunta, Peta ha chiesto ai giudici di valutare se una presunta lesione della reputazione degli individui fosse da tutelare con un’arma potente come un’accusa criminale oppure se, più ragionevolmente, non fosse corretto offrire a chi sente macchiata la propria dignità lo strumento di una azione civile.

La massima Corte del Lesotho ha dato ragione a Basildon Peta. Nel testo della sentenza si legge che non solo la diffamazione penale è incostituzionale, ma che la decisione avrà anche effetto retroattivo. I giudici hanno stabilito che il timore di una accusa che può portare al carcere ha un effetto soppressivo della libertà di espressione di un giornalista, che può decidere di autocensurarsi per paura di finire in prigione. E che un giornalismo ingabbiato dal timore delle sbarre non possa offrire un servizio sufficiente alla comunità. La sentenza si affianca a quelle degli scorsi anni pronunciate in Kenya, Zimbabwe, Gambia: tutti Paesi in cui non è più possibile presentare una denuncia penale contro un articolo di giornale, perché si è ritenuto che i diritti dei singoli possano essere tutelati dal diritto civile e che, in linea di massima, sia prevalente il diritto delle persone di avere una stampa libera piuttosto che tutelare in maniera eccessiva chiunque (soprattutto le autorità, peraltro) decida di agire contro chi fa informazione.

In Italia no, anzi: capita ancora che un giornalista e il suo direttore vengano condannati per diffamazione perché, 16 anni prima, in un articolo è stato scritto (per carità, sbagliando) “imputato” e non “indagato”. Una rettifica e una sanzione pecuniaria non bastano: l’Italia vuole ancora la galera per i giornalisti.

La sentenza della Corte costituzionale del Lesotho (in inglese)

 

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