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Stati generali dell’editoria: chi è il malato, qual è la cura?

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Lunedì 25 marzo 2019 aprono gli Stati Generali dell’editoria, voluti dal sottosegretario Crimi per valutare lo stato di salute dell’informazione italiana e – si spera – proporre soluzioni per la crisi che affligge un settore fondamentale per la società, l’informazione.
La situazione dell’editoria e del giornalismo in Italia è vittima, da almeno dieci anni, di un calo di tutti gli indici: si vendono sempre meno copie, la pubblicità è in crollo (neanche lontanamente compensato dall’aumento dell’investimento sul web), le redazioni hanno chiuso, prepensionato, tagliato posti di lavoro. Gli editori italiani hanno pagato l’assenza di strategie e di visione per cavalcare la rivoluzione di Internet: il New York Times, nel 2018, ha ricavato 1,75 miliardi di dollari, 700 dei quali dal digitale, con 127 milioni di utile e quasi 3,5 milioni di abbonati alla versione online. Il quotidiano statunitense incassa circa 9 dollari al mese da ciascun abbonato. I ricavi digitali dei maggiori quotidiani italiani sono da bar di periferia: il Corriere della sera (Datamediahub 2018) conta poco più di 100.000 abbonati online, a una media di circa 12 dollari al mese di ricavo per lettore, per un fatturato digitale che è ancora ampiamente insufficiente pur essendo tra i dati migliori in Italia. Difatti, il NYT si può permettere di assumere 120 giornalisti per la versione online, mentre i maggiori quotidiani italiani continuano a ristagnare tra piani di ristrutturazione al ribasso (leggasi: tagli), esuberi e ridimensionamenti, risparmi sul lavoro giornalistico (trasferte e quindi, di riflesso, reportage e approfondimenti; compensi ai collaboratori, spesso sotto i 10 euro lordi ad articolo). 

Quale sia l’opinione del partito più votato alle ultime elezioni del giornalismo è noto. Il Movimento rappresentato da Crimi e dal vicepremier Di Maio è contrario al finanziamento diretto e indiretto all’editoria e favorevole all’abolizione dell’Ordine dei giornalisti. Evidentemente, però, devono essersi accorti che sostituire tout court l’informazione professionale con quella amatoriale non è la cura, né per un’industria che occupa migliaia di persone, né per rendere i cittadini più consapevoli e meglio informati. In più, l’arretramento dell’editoria tradizionale ha comportato, nel Far West digitale, la presa del territorio da parte di organizzazioni molto più pericolose, non trasparenti e oligopoliste dei tanto temuti editori, ossia i cosiddetti OTT (over the top): Google, Facebook e compagnia. Che, per anni, hanno letteralmente razziato e sottratto contenuti e ricavi ai giornali, lucrando su prodotti pagati e “fabbricati” dalle testate e dai loro giornalisti. Nonostante le sanzioni (l’ultima, di quasi un miliardo e mezzo di euro, inflitta dall’Unione Europea a Google per abuso di posizione dominante) queste aziende contano su fatturati tali da sopportare anche pesanti interventi istituzionali.

Vero è poi che, come sostenuto da Crimi, finora gli aiuti di Stato al mondo dell’informazione sono stati “risucchiati” dagli editori, e sono in gran parte scomparsi ben prima che finissero a dare un po’ di sollievo all’ultima frazione della filiera, i lavoratori del’informazione, cioè i giornalisti. Uno dei cardini degli Stati Generali, pertanto, sarà quello di capire come il governo intenda realizzare l’intento di far confluire aiuti a tutta la filiera dell’informazione, soprattutto a chi finora è rimasto pressoché a secco. E, non tra gli ultimi, si dovrà affrontare anche la sostenibilità della previdenza: l’ente che si occupa di erogare le pensioni ai giornalisti, l’Inpgi, ha da tempo annunciato che il crollo dell’occupazione (e, di conseguenza, della contribuzione) renderà precaria la vita dell’ente nei prossimi anni. Meno lavoro significa meno contributi e più pensioni: il sistema, così come è, non regge più, giacché l’Inpgi ha fatto sapere che, a fronte di 35.000 giornalisti iscritti alla gestione principale (cioè i giornalisti contrattualizzati, titolari di un rapporto lavoro dipendente), soltanto 15.000 stanno versando i contributi. Vuol dire che gli altri non stanno lavorando, e di conseguenza neanche contribuendo a tenere in piedi il sistema che, tra non molto tempo, non saprà più come pagare le pensioni.

Altri temi che, ci si augura, gli Stati Generali vorranno affrontare, sono quelli annosi del precariato (ormai circa il 70% dei giornalisti italiani è freelance!) e dell’equo compenso, così come la riforma della legge sulla diffamazione e sul risarcimento dei danni, un vulnus di cui si invoca da tempo immemore la risoluzione ma che il Parlamento non ha mai voluto sanare. 

Nel mentre, l’attualità ha forzato a considerare altri temi, ormai inevitabili: come restituire dignità al lavoro del giornalista? Come affrontare e gestire le notizie false diffuse sul web? Per contro suo, il giornalismo dovrà chiedersi se ha senso “usare” il web come spesso viene fatto, per pescare e fare copia-incolla di vere o presunte notizie, oppure di dichiarazioni pubblicate da politici, attori, sportivi sui social network: spesso non ci si rende conto che un atteggiamento simile non fa che ingrossare la piena che ha travolto il mestiere del cronista, perché il giornalista dovrebbe mediare tra il fatto (o le parole) e il pubblico, vagliare criticamente le azioni e le frasi, non semplicemente agire da nastro trasportatore, prendendo un tweet e mostrandolo in pubblico. Anche perché, così facendo, persiste nel legittimare implicitamente chi usa questi mezzi di comunicazione bypassando i cronisti (e le loro domande) e instillando nel pubblico l’idea che non ci sia bisogno di alcun tramite, tra chi comunica e chi riceve la notizia. Cosa che, ovviamente, non è: il giornalista dovrebbe avere competenza e informazioni tali da filtrare avvenimenti e dichiarazioni, fare domande nell’interesse pubblico, contestare se del caso affermazioni non vere. E questa è cosa che non compete agli Stati Generali, ma alla dignità di una professione.

 

 

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