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“Stare sulle storie”, per una relazione più profonda con il mondo

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Il suo volto è noto perché ha condotto trasmissioni televisive di grande popolarità, da «Kilimangiaro» a «Il Pianeta delle Meraviglie» a «Geo & Geo». La sua penna ha raccontato per importanti testate (La Stampa, Panorama, L’Avvenire, Nigrizia, per citarne alcune), in forma di saggi (tra gli altri, «New Global», «No Global», «L’informazione deviata») o di reportage in Italia e in una cinquantina di Paesi nel mondo, natura e animali, frontiere e guerre dimenticate, spaziando dall’avventura al sociale.
La sua ultima fatica è «Radici. L’altra faccia dell’immigrazione», un programma realizzato in collaborazione con il Ministero dell’Interno con il cofinanziamento del Fondo Asilo Migrazioni e Integrazione: un viaggio nel mondo dell’immigrazione regolare e silenziosa e un racconto inedito fatto da immigrati che vivono in Italia sulle loro radici e i loro luoghi del cuore, che punta i riflettori sulle contraddizioni tra risorse ambientali e naturalistiche delle loro terre e le tante povertà e diseguaglianze. Un confronto tra la storia culturale, politica e sociale dei Paesi e la «piccola storia» dei protagonisti, ciascuno dei quali assurge a guida d’eccezione. Uno sguardo nuovo sulle migrazioni: «Sono alcune decine di migliaia ogni anno i disperati che attraversano il Mediterraneo con le carrette del mare, ma fanno notizia. Gli immigrati regolari invece sono molto più numerosi, contribuiscono a creare l’11% del PIL, incidendo per il 10% sul totale dei lavoratori dipendenti. Ma di loro non si parla mai. Eppure, senza il loro contributo, lo Stato perderebbe ogni anno 11 miliardi di contributi fiscali e previdenziali. La gran parte degli stranieri in Italia vive quindi una vita normale, spesso segnata da un lavoro duro, al solo scopo di garantirsi la sopravvivenza e magari mandare qualche aiuto alla famiglia, nel Paese d’origine».
Racconta dei migranti con cui ha condiviso un pezzo di vita come fossero la sua famiglia. Ha attraversato in lungo e in largo il mondo da perdere i riferimenti nord-sud. Del resto, i concetti di centro e periferia per lui, orgogliosamente di Nichelino, sono categorie pericolose per la mente.

Hai detto spesso che ti ritieni fortunato per il lavoro che fai. Per quale aspetto, in particolare?
Per la relazione con le persone, perché posso conoscere luoghi e realtà diverse, perché mi arricchisco grazie alle esperienze di altri che posso raccontare. C’è stata un’evoluzione nel mio lavoro rispetto a quando ho cominciato. In un momento in cui il giornalismo è sempre più di desk, di taglia e cuci, per fortuna e per scelta faccio sempre meno cose e posso permettermi di stare anche un mese su una storia per approfondire. Ma non si tratta solo di approfondimento. Con il programma «Radici», accompagnando questi immigrati nel viaggio di ritorno a casa, sono lì, divento parte delle loro famiglie, parte delle loro storie.
Quando ho iniziato, invece, mi piaceva scrivere tanti pezzi, storcevo il naso nello stare a lungo su una sola storia. Volevo fiutare qua e là, guardare un po’ dappertutto. Invece ora è diverso il mio rapporto con la realtà, ho un altro bisogno, quello di una relazione più profonda con il mondo, meno fugace.

Ma per quanto sia diverso il tuo modo di intendere il giornalismo oggi, rimane fermo cosa ti ha spinto a iniziare a fare questo mestiere?
Credo che fare il giornalista sia il modo migliore per me di soddisfare l’aspetto più pronunciato della mia personalità che è la curiosità.
Ho iniziato a collaborare a «La Voce del Popolo» poco più che ventenne, quasi per caso. Quando un amico me lo ha proposto ricordo di avergli risposto: «Ma io ho scritto solo i temi a scuola!».
Nel giornalismo ti esprimi con le parole che sono la traduzione pratica di ciò che siamo e che viviamo.

Quale pensi che sia la funzione sociale del giornalismo?
Contribuire alla promozione del bene. E considero importante far sapere.

«Radici» è un programma di viaggio dal forte taglio sociale. C’è una puntata a cui sei più legato?
Potrei dirti quella in Bolivia con Rosita, perchè era la prima. O l’ultima con Jeanette in Ruanda, perchè per la prima volta abbiamo affrontato il tema delle adozioni. A ciascuna è legato un ricordo emozionante – lo sguardo fiero del padre di Jeanette che l’ha riabbracciata dopo 25 anni – o bizzarro, come quando in Punjab la famiglia di Jatinder, come vuole l’ospitalità sikh, ha accolto ciascuno di noi quattro maschioni della troupe con un mazzo di fiori!

In passato hai girato documentari che illustravano la convivenza tra esseri umani e animali nelle diverse culture e nella loro relazione con la natura. Credi che ci sia un fil rouge che lega i tuoi lavori passati e presenti nell’attenzione all’ambiente?
Il mondo è uno. Tutto dipende da come ci relazioniamo tra noi e con il mondo.

Progetti in cantiere?
Se mi chiedi cosa voglio fare da grande (ride, ndr), la risposta è Radici»! E sono felice di poter dire che la prossima stagione andranno in onda 8 puntate nuove più il riarrangiamento di altre 4.

Cosa significa per te essere «mezzopieno»?
Che mi sono svegliato questa mattina, che c’è il sole e siamo qui a parlare. Che esisto e che da 52 anni respiro, parlo, sento. Il resto viene dopo. Cosa si può chiedere di più dalla vita se non vivere? Il mio pensiero quando mi sveglio ogni mattina è: «Che fortuna!». E mi fa soffrire che per una parte del mondo – anche se a ragione – il giorno cominci con: «Che fatica!»

[Intervista tratta da Mezzopieno News]

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