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Social, radio e reportage: i giornalisti tunisini crescono così

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Mona Trabelsi, laureata in giornalismo, presidente dell’associazione tunisina media alternativi

«C’è tanto lavoro da fare». Spiega così, sorridendo e sospirando, Mona Trabelsi, la giovane presidente dell’Associazione Tunisina di Media Alternativi, cosa l’ha spinta a fondare questo gruppo nel 2013, insieme a una trentina di giornalisti e attivisti locali.
Siamo nella sede dell’associazione, a Tunisi, un confortevole appartamento che permette di gestire i progetti e di riunire le persone. Con noi c’è anche Arbia Mathlouthi, coordinatrice di progetto e community manager. «Il nostro obiettivo più importante è formare i giovani sulle buone pratiche di giornalismo», spiega Trabelsi. «Ci siamo resi conto che c’era un gran bisogno di formazione che andava colmato, ed è anche un modo per partecipare alla riforma della società tunisina. Ma non è semplice: bisogna lavorare molto per riuscire a ottenere un impatto positivo».

Mona ha lavorato alla radio nazionale come giornalista, ha fatto la traduttrice per una società privata, ha un master di ricerca in giornalismo e un dottorato. Alla professione giornalistica, però, ora preferisce il lavoro con chi si affaccia alla professione: «Vogliamo aiutare i giovani tunisini nel loro percorso di formazione, soprattutto quelli che vivono nelle altre regioni della Tunisia, non solo nella capitale. Vogliamo partecipare alla professionalizzazione dei citizen journalist e aiutarli a creare i propri progetti, questo è il nostro scopo: aggiornare il settore dei media, offrire formazione e impegnarci in eventi e dibattiti».

Quali sono le differenze principali, per chi fa giornalismo, rispetto ai tempi pre-rivoluzione?
«C’è più libertà d’espressione e partecipazione alle consultazioni pubbliche. Ora tutti possono partecipare ma, nonostante tutto, ci sono molti problemi nel settore dei media. Oggi ci sono più tv e radio associative, che prima invece non esistevano. Ma la situazione del giornalismo in Tunisia è comunque fragile. Non c’è molto lavoro. Per quanto riguarda la nuova convenzione, cioè il contratto appena firmato, la maggior parte dei giornalisti non crede che queste norme verranno messe in pratica. Sì, certo, nella radio e nella tv pubblica è più facile applicare le regole, ma nel privato molto meno. La maggior parte dei giornalisti tunisini, poi, non ha un buon salario».

Come si diventa giornalisti in Tunisia?
«In due modi: o studiando all’università, all’Istituto per la stampa e scienze dell’informazione (che l’unica università pubblica in Tunisia) altrimenti si possono frequentare corsi privati. Oppure tramite la pratica. I giornalisti tunisini sono organizzati all’interno del sindacato, che li riunisce quasi tutti».

Quali sono i vostri progetti più importanti?
«Per quattro anni abbiamo portato avanti un progetto di formazione in collaborazione con giornalisti polacchi. Perché la Polonia? Perché ha vissuto la stessa transizione democratica che si sta avendo adesso in Tunisia. Don’t forget us, l’altro nostro progetto di spicco, è invece un’idea realizzata con il sostegno dell’EED, il Fondo europeo per la democrazia, e raccoglie storie legate ai problemi delle varie regioni delle Tunisia. È un modo per raccontare la fragilità della società attraverso foto e testi. È diventato una mostra fotografica e un libro».
Dai problemi si passa a agli aspetti più positivi, con il progetto Youth’more finanziato dall’ambasciata britannica e dal ministero della gioventù. «Il titolo gioca sul fatto che, in arabo, queste parole suonano come “un qualcosa che fiorisce”. È una piattaforma destinata ai giovani che hanno storie di successo. Sono stati raccolti oltre 300 video e articoli. Abbiamo coperto tutta la Tunisia con una rete di oltre 30 giornalisti interni all’associazione, più una squadra per i video. I materiali sono stati diffusi attraverso media alternativi come una pagina Facebook, YouTube, Instagram e azioni sul campo».

Un canale molto utilizzato è, poi, quello delle radio, in particolare quelle che si trovano nelle Maisons jeunes, cioè centri di attività gestiti dal Ministero per la gioventù e diffusi in tutta la Tunisia. «Nelle Maison jeunes i giovani sono liberi di realizzare da soli le trasmissioni, in diretta, sotto la guida di animatori. È stata un’esperienza magnifica».

 

 

 

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