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Slow News: un altro giornalismo è possibile, affidabile e “lento”

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Alberto Puliafito, giornalista freelance e autore del documentario Slow News
Alberto Puliafito, giornalista freelance e autore del documentario Slow News

Le notizie hanno bisogno di un ritmo lento, nella produzione e nella fruizione. I professionisti dell’informazione hanno la responsabilità di dedicare tempo e cura alla ricerca e all’elaborazione dei contenuti. Anche per una questione di etica della professione e di rispetto nei confronti dei destinatari delle notizie. Come consumatori, tutti hanno il diritto di non essere bombardati da notizie affrettate, infondate, ingannevoli e di pretendere un altro tipo di informazione. Tutto questo è possibile: ne danno prova Alberto Puliafito e Fulvio Nebbia, nel loro lavoro Slow News. Un documentario, un film che raccoglie le voci più autorevoli del giornalismo internazionale, in primis quella di Peter Laufer, oggi professore di Giornalismo all’Università dell’Oregon, dopo l’esperienza di inviato in Afghanistan durante l’invasione sovietica e a Berlino durante la caduta del Muro. Passando per la direzione delle più importanti redazioni europee, e di testate come il New York Times o emittenti come BBC, per esplorare e raccontare la situazione dell’informazione nel mondo contemporaneo.

Potete raccontare com’è nata l’idea di Slow News?
Alberto Puliafito: Tutto nasce dal mio vecchio lavoro. Sono stato direttore di Blogo.it per anni (e prima di TvBlog). Il modello di business scelto, quello della pubblicità – cioè far fare clic sui banner alle persone che navigavano sul sito – aveva iniziato a mostrare tutti i suoi lati peggiori. Lo vediamo ancora oggi, non solo sui piccoli giornali o su quelli indipendenti. È una caccia al titolo più forte per far fare clic. Questo porta a storture indicibili nel mondo del giornalismo, fino a deformarne il senso più profondo. Un senso già profondamente minato da una sostanziale incapacità di ripensarsi, di adattarsi al mondo che cambia, di smettere di rendere le persone ciniche, divise e arrabbiate. Per offrire loro, invece, anticorpi e comprensione della complessità del mondo. Così ho iniziato a cercare, “googlando”, altri tipi di giornalismo. Ho scoperto che, nel mondo, in tanti condividevano non solo il mio disagio ma anche la voglia di fare qualcosa di diverso. Da lì, con alcuni colleghi ho fondato una piccola testata indipendente che si chiama «Slow News». E poi ho detto a Fulvio: perché non ne facciamo un documentario?

Fulvio Nebbia: Alberto e io abbiamo una casa di produzione indipendente, la IK Produzioni. Nel 2016 venivamo da alcune esperienze televisive terribili e ci stavamo riorganizzando per cambiare il nostro metodo di lavoro, per renderci sempre più indipendenti e sostenibili. Per poter fare, insomma, le cose che volevamo, a modo nostro e con i nostri tempi. Inoltre, sia io, sia Alberto eravamo diventati padri in quegli anni, e questo ha aumentato ulteriormente il nostro senso di responsabilità verso quello che facevamo. «Slow News. Un documentario» parla di giornalismo, ma la filosofia di fondo, la visione del mondo dei protagonisti del film può abbracciare ogni aspetto della vita contemporanea. Sicuramente, anche la maggior parte degli ambienti e delle modalità di lavoro. L’informazione è solo l’aspetto più evidente di una deriva generale del mondo in cui viviamo. Quello che volevamo raccontare non era solo la descrizione di quello che, secondo noi, non va bene. Volevamo raccontare possibili soluzioni. Questa è sempre stata una delle prerogative dei nostri documentari ed è anche uno dei punti fondamentali dello slow journalism.

Fulvio Nebbia, professionista della produzione audiovisiva
Fulvio Nebbia, professionista della produzione audiovisiva

Nel film si suggerisce un paragone tra cibo e notizie, sottolineando come l’informazione sia sempre più trattata come junk food, cibo spazzatura. Cosa è più indigesto, nel modo di fare giornalismo di oggi?
A.P.: L’ansia per tutto ciò che è eccezionale, nuovo, incredibile, mai raccontato prima. L’ansia di riportare le dichiarazioni del politico di turno. Di arrivare primi – anche a costo di prendere cantonate. Di uscire presto, perché l’hanno scritto gli altri. Di creare emergenze, di indignare, di colpire, di spararla più grossa. Basta guardare al disastro che sta facendo il giornalismo di massa con il caso del coronavirus, per rendersene conto. L’uso delle parole, l’idea di gridare forte allarme, emergenza, «i primi contagi», «i primi a isolare il virus». Tre settimane prima di questo caso, si parlava della terza guerra mondiale. E tutta quest’ansia, sommata a velocità, distacco dai lettori e dalle lettrici, presunzione, sovrapproduzione crea danni allucinanti sul lungo periodo.

F.N.: Il bombardamento isterico di informazioni irrilevanti, che distraggono dagli argomenti veramente importanti per la vita sociale e quotidiana delle persone. O li minimizzano o li pongono in prospettive distorte e funzionali al potere di turno. Dentro le pieghe di questo marasma, si può facilmente annidare la propaganda vera e propria, mescolata a tutto il resto, mimetizzata nel rumore continuo delle voci che cercano di gridare sempre di più e sempre più forte.

Qual è la vostra personale e ragionata definizione di slow news?
A.P.: Direi che un altro giornalismo possibile. Fatto insieme al pubblico. È un giornalismo al servizio delle persone, che scende dal pulpito del so-cosa-è-meglio-per-te e si pone in ascolto.
È un giornalismo fatto da giornalisti che non fanno finta di sapere tutto e che tratta il proprio pubblico come un attore attivo e con competenze, esperienze, intelligenze, idee, fonti da utilizzare per migliorare.

F.N.: Usando una metafora, io penso che praticare slow news sia come immergersi insieme agli altri nella cacofonia del mondo, senza perdere il proprio ritmo. Cercando di estrarre la musica da tutto il caos. È un po’ come una band: ognuno porta il suo stile, il suo contributo, il suo suono e l’insieme di tutto questo è di gran lunga superiore alla somma dei singoli elementi.

Quella per un giornalismo buono, pulito, giusto è anche una battaglia per la democrazia. Come renderla popolare?
F.N.: Questa è forse la sfida più grande, ma anche la più importante. Riguarda sicuramente, in primo luogo, chi produce e diffonde le notizie. Nel film raccontiamo le storie di chi cerca di farlo in modo nuovo. Ma è ugualmente importante il ruolo di chi fruisce delle informazioni, di tutti noi. È un processo culturale, prima di tutto, che dovrebbe cominciare già a scuola e nelle famiglie. Insegnare ai bambini l’importanza dello spirito critico (che non significa facile cinismo, anzi, è l’esatto opposto), l’abitudine a cambiare punto di vista, cercare di mettersi nei panni degli altri per comprendere a fondo le cose. Il piacere della scoperta del mondo e la formazione del proprio punto di vista, sapendo distinguere le cose davvero importanti da quelle che sono invece solo distrazioni o distorsioni finalizzate alla propaganda. Ma anche dai semplici retaggi più retrivi del passato. Non è detto che se si è sempre fatto in un modo, allora sia giusto così. Bisogna tornare a coltivare la nostra curiosità, la nostra empatia e anche la nostra meraviglia.

A.P.: È difficilissimo. Anche perché i media mainstream non ci pensano neanche a fare molto meno e molto meglio. È un lavoro di lunghissimo periodo. Di aggregazione di comunità, diffusione di concetti, ripensamento, riprogettazione del giornalismo stesso. «Slow News. Un documentario» racconta le testate che ci stanno provando. E «Slow News» stessa, è una delle testate che ci sta provando. Anche se sappiamo che il buon giornalismo è prima di tutto di nicchia, il modo che abbiamo scelto come testata per non far diventare la fruizione di quel che facciamo una questione di censo è un modello di business totalmente privo di pubblicità, che consente ai lettori di scegliere quanto pagare.

Cosa siete riusciti a trasferire dell’approccio di Peter Laufer nel vostro modo di fare informazione?
F.N.: Peter è una forza della natura, la sua energia è trascinante. Abbiamo sempre pensato a lui come al nostro Gandalf, uno stregone buono la cui magia sono l’intelligenza acutissima e la lucidità di pensiero, ma anche la gentilezza, l’ironia e l’attenzione per gli altri. Per certi versi era naturale che le nostre strade si incrociassero, anche se viviamo praticamente agli antipodi. Per la visione del mondo che condividiamo e che anche noi abbiamo sempre cercato di trasmettere nel nostro lavoro. Abbiamo cercato di costruire il documentario con quella stessa leggerezza e ironia che contraddistingue il modo di comunicare di Peter, nonostante la complessità dei temi trattati e la grande varietà di personaggi e situazioni presenti. Per rendere il film, prima di tutto, appassionante e piacevole da vedere.

A.P.: Peter è una persona straordinaria, di quelle che ti segnano non solo per il loro lavoro ma proprio per il loro approccio alla vita. Non so se siamo riusciti a trasferire questo suo approccio al nostro lavoro ma, di fondo, a me ha insegnato una cosa. Che non bisogna mai smettere di provare a cambiare il mondo, perché un altro mondo è possibile.

 

Il sito ufficiale del documentario

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