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Shamal: il vento del cambiamento negli scatti di Andreja Restek

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«Ogni sua fotografia è un certificato di presenza»: con queste parole prese in prestito a Susan Sontag, Marcella Filippa, direttore della Fondazione Vera Nocentini, omaggia il lavoro della fotografa Andreja Restek dedicato alla Siria e raccolto nella mostra «Shamal soffia su Torino», inaugurata il 3 ottobre – non a caso, in memoria della strage dei migranti nel naufragio di Lampedusa del 2013 – al Polo del Novecento di Torino.
Il vento forte di Shamal è considerato, fin dall’antichità, portatore di cambiamenti: attraverso le immagini e una reinterpretazione artistica delle stesse in pittura e scultura si è voluto narrare il dramma della guerra e delle persone costrette alla fuga dalla loro terra, coinvolgendo lo spettatore nel ruolo di testimone di «fatti che diventeranno storia», come ha precisato Andreja Restek. Lo si fa attraverso l’arte, come ha sottolineato il pittore Ciro Palumbo, in rappresentanza di tutti gli artisti che hanno collaborato al progetto che servirà a raccogliere fondi attraverso «L’ambulanza dal cuore forte» da destinare al campo profughi 022 in Libano: «Guardando gli scatti di Andreja e provando a raccontare la tragedia, il rischio era quello di sconfinare nella retorica. Ma abbiamo usato il linguaggio dell’arte, la poesia, per restituire bellezza e richiamare un germoglio di speranza.»
Una scelta efficace che riporta il visitatore su un piano di realtà. «Della guerra nell’arte è stato spesso evidenziato l’aspetto trionfale», ha suggerito Massimiliano Sabbion, storico e critico d’arte. «Basti pensare alla Colonna Traiana o al monumento al Gattamelata di Raffaello, per citare due esempi. Dalla prima Guerra Mondiale con l’avvento della fotografia è stato documentato l’orrore della guerra». Le immagini, dunque, per testimoniare e non dimenticare: la foto del bambino con in mano la carota scelta per la locandina è un documento e costringe a fare i conti con le storie di chi ha perso tutto.
Stefano Tallia, segretario dell’Associazione Stampa Subalpina, ha ricordato quanto sia importante narrare la guerra proprio per desiderare maggiormente di costruire la pace e ha evidenziato come, per questa ragione, nelle guerre contemporanee i giornalisti siano diventati uno dei bersagli principali: «Ci sono sempre stati giornalisti tra le vittime di una guerra, ma si trattava di vittime incidentali considerata la situazione di pericolo. Oggi invece l’intenzione dei signori della guerra è di colpire proprio loro per impedire che possano raccontare e documentare ciò che accade.»
E ha ribadito che anche in Italia in un momento in cui «stanno tornando slogan che speravamo dimenticati» è doveroso preoccuparsi di difendere il diritto di informazione, non soltanto per proteggere la categoria dei giornalisti, ma perché così facendo si difende il proprio diritto a essere informati.
I reporter impegnati sul campo sono appunto la nostra finestra sul mondo: «Per molti quello di fotoreporter è un mestiere affascinante», spiega Andreja Restek. «Lo è, ma lascia anche ferite interiori che non ti permetteranno mai più di essere la stessa. È un biglietto di sola andata». Non si affronta tutto questo con l’obiettivo di un riconoscimento internazionale, né per solleticare il proprio orgoglio. Più per un senso di responsabilità: «Si dice che non si possa raccontare la guerra senza averne visto con i propri occhi l’orrore. Io aggiungo che sarebbe totalmente irrispettoso.»
A introdurre i visitatori alla mostra le note del duo formato dal chitarrista Isaac de Martin e dal violinista siriano Alaa Arsheed, fuggito dal suo paese con i vestiti che aveva addosso e in mano solo il suo violino. Ha deciso di raccontare la Siria senza le parole, attraverso la musica: nelle melodie struggenti e malinconiche che ha composto e ha proposto al pubblico c’è tutto il dramma e la nostalgia per un paese che non esiste più.

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