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Sessismo, hater e troll: le minacce quotidiane alle giornaliste sul web

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Illustrazione di Franziska Barczyk

«Le donne che parlano troppo hanno bisogno di essere stuprate». Ecco uno dei 600 messaggi ricevuti su Twitter dalla giornalista e attivista britannica Caroline Criado-Perez. Perché gli attacchi di hater e troll (cioè gli “odiatori” del web e utenti anonimi che intralciano e le discussioni con messaggi provocatori) ammorbano gli account dei giornalisti, ma soprattutto delle giornaliste? Secondo il rapporto dell’IWMF (International Women’s Media Foundation) circa il 70% delle giornaliste ha subìto, almeno una volta, molestie online di stampo sessista.

Al sondaggio, realizzato nel 2018, hanno partecipato 597 giornaliste. Ne emerge che l’aggressione online è diventata una parte della loro vita lavorativa quotidiana. Molte intervistate riportano disagi emotivi e psicologici, alcune hanno lasciato perdere storie e ricerche o hanno avuto difficoltà con le loro fonti a causa delle minacce ricevute. Negli attacchi alle donne è molto più “facile” il ricorso a intimidazioni misogine o a sfondo sessista, spiega l’International Federation of Journalists. Per questo, l’ufficio OSCE per la libertà dei media ha lanciato due anni fa una campagna per la sicurezza delle giornaliste online con lo scopo di fornire strumenti e risorse a quelle croniste che sono state oggetto di abusi e per creare una rete di supporto.

«Dobbiamo capire che molte di queste azioni – indipendentemente dal reale pericolo fisico – creano un ambiente stressante, distruttivo. Questa pressione psicologica mina i diritti, l’autonomia, la libertà di espressione, la dignità e la giustizia». Questa e altre risultanze emergono da uno studio specifico dell’Università della Columbia (il Dart Center for Journalism and Trauma). Gli attacchi erodono la credibilità e la reputazione delle giornaliste, che spesso temono per la loro sicurezza e quella della loro famiglia, e possono iniziare a nascondersi dietro degli pseudonimi, possono provare vergogna e sentire di non avere il supporto dei propri editori e colleghi.

Anche il rapporto I diritti delle donne: soggetto proibito che Reporter Sans Frontières ha pubblicato nel 2018 ha evidenziato come le giornaliste siano uno degli obiettivi principali dei troll. In uno studio condotto su migliaia di tweet, il gruppo di esperti britannico Demos ha scoperto che il giornalismo era una delle categorie in cui le donne ricevevano più insulti rispetto agli uomini. «Stupro» e «puttana» erano tra le parole offensive usate più di frequente. Danielle Keats Citron, professoressa di legge dell’Università del Maryland, afferma che nel cyberbullismo di genere, nel caso delle giornaliste, «le minacce sono sessuali e degradanti». Vanno dall’invio di foto, cosiddette battute e commenti misogini, all’uso di soprannomi e foto ritoccate. La pornografia non consensuale è usata come strumento per intimidire le giornaliste.

La conferenza di Vienna SOFJO (Safety On Female Journalists Online) dell’inizio 2019 ha voluto tenere accesi i riflettori sull’aumento delle molestie e delle minacce rivolte alle giornaliste, come mezzo per intimidire e mettere a tacere le voci di dissenso, e soprattutto perché la violenza online è spesso un precursore della violenza fisica. SOFJO ha anche realizzato il documentario A dark place, che presenta interviste ad alcune involontarie protagoniste di attacchi online.

 

 

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