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Se scrivi dall’Egitto parla arabo e non farti notare

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COP_EGITTO_DEF-220x338Giuseppe Acconcia, corrispondente del Manifesto dall’Egitto, ha lavorato in Libia, Kurdistan, Iran. Ha vissuto e vive in Egitto, dove ha potuto seguire da vicino le rivolte egiziane del 2011, le elezioni del 2012, 2013 e 2014 che hanno portato al succedersi di un regime militare e al colpo di stato del 2013. I suoi articoli sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, portoghese, turco, tedesco, arabo e cinese. Ha scritto per testate egiziane, inglesi e inglesi. Lo incontriamo in occasione della presentazione del suo ultimo libro Democrazia militare (ed. Exorma, 2014) al Salone off di Torino.

Cosa intendi con democrazia militare?

«Il titolo è una provocazione, una contraddizione di termini, in Egitto non c’è proprio democrazia dopo il colpo di stato militare del 3 luglio 2013. Il libro è un reportage che racconta quanto è accaduto in Egitto tra il 2011 e il 2014. È un viaggio nel paese che cambia, racconta una fase drammatica della sua storia, alternando episodi più descrittivi come quello sui sufi egiziani, o quello sui quartieri popolari del Cairo, ad altri più drammatici come il massacro di Rabi’a al-Adawiyya in cui morirono in tre giorni, tra il 14 e il 17 agosto del 2013, tra le 600 a le 2000 persone a seconda delle fonti. La repressione ha colpito tutti gli oppositori del regime di Al-Sisi, sia gli islamisti dei Fratelli musulmani, sia gli ambienti socialisti a sinistra».

Come lavorano oggi i giornalisti in Egitto?

Giuseppe Acconcia
Giuseppe Acconcia

«Non c’è assolutamente libertà di stampa, recentemente 400 giornalisti egiziani hanno firmato un appello per questo motivo. I giornali seguono la linea del regime che attribuisce sempre la responsabilità dei disordini agli islamisti, ma spesso è proprio la polizia che acuisce gli scontri quando reprime le manifestazioni. Anche i siti indipendenti sono stati chiusi. Resiste Madamasr, sito gestito da giovani giornalisti egiziani, critici rispetto al regime.

Per i giornalisti stranieri è difficilissimo fare i corrispondenti, sono visti sempre come spie che riportano i crimini del regime all’estero. Ad esempio Alain Gresh, di Le monde diplomatique  è stato fermato dalla polizia perché aveva criticato il regime in un bar e una cliente lo aveva denunciato. Quattro giornalisti di Al Jazeera sono stati condannati a sette anni e Al Jazeera ha dovuto chiudere la sede al Cairo, che parlava tutti i giorni di colpo di stato (la vignetta qui sotto rappresenta questo episodio n.d.r). Il 2 febbraio 2011 poi tutti i giornalisti stranieri sono stati fermati dalla polizia, anche io sono stato preso in quella retata. Ero in taxi con due colleghi, semplicemente sono saliti sul nostro taxi e ci hanno portato nella sede dei servizi segreti. Poi ci hanno dovuto rilasciare, per fortuna dal 2011 sono accreditato ufficialmente come giornalista del Manifesto quindi in qualche modo sono più protetto, ma è stata comunque una giornata particolare. In questi gruppi, non proprio di polizia, ma di cosiddetti comitati popolari, si sono infiltrati molti criminali. Per fare il giornalista è buona regola non essere troppo appariscenti, se racconti come viene vissuta la repressione dei moderati devi per forza mantenere un profilo basso».

al-jazeera-crew-sentenced-to-prison-in-egypt-middle-east-monitorTu collabori con testate italiane e anglosassoni, è diverso ciò che ti chiedono di scrivere o l’approccio che hanno agli argomenti?
«Non direi, no in questo senso non c’è differenza tra stampa italiana e anglosassone, piuttosto c’è differenza tra media a grande diffusione o meno. Forse in Inghilterra le redazioni sono più specifiche, curano di più gli approfondimenti, ma sostanzialmente la differenza secondo me dipende dalla diffusione del media, ad esempio non tutti i media mainstream hanno dato la notizia della pena di morte per Morsi, mentre la piccola stampa ne parla di più. Per i media mainstream i fatti del 30 giugno 2013 sono stati una nuova rivolta e non un colpo di stato. Certo ci sono le dovute eccezioni, il Guardian o il New York Times ne hanno parlato correttamente, sono giornali che hanno corrispondenti che vivono in Egitto, parlano l’arabo e quindi per loro è più facile interpretare la situazione. Ecco, una differenza tra i giornalisti è sicuramente la conoscenza o meno della lingua, io parlo l’arabo e certamente questo mi facilita, anche in contesti complicati, come nel caso del fermo da parte della polizia nel 2011»

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