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Se parli, sai cosa aspettarti: Yemen e repressione della libertà di stampa

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Quando Fathi bin Lazraq, direttore del giornale Aden Tomorrow, ci ha mostrato ad Aden il punto in cui è stato rapito, tre mesi fa, ha detto: “In Yemen hai solo due possibilità: o stare zitto o parlare. E se parli, sai esattamente cosa aspettarti”. La storia di questo coraggioso giornalista che dopo 20 giorni dal nostro incontro ha deciso di chiedere aiuto a un organismo internazionale per essere ricollocato in un Paese terzo, e ha la fortuna di essere ancora vivo e poterlo raccontare, è la sintesi del prezzo che paga chi in Yemen decide di fare la sua professione fino in fondo, senza posizionarsi a favore di nessuna delle parti in conflitto. Direttore di un quotidiano nelle due versioni digitale e cartacea, per due anni Fathi ha raccolto centinaia di testimonianze di cittadini di Aden rapiti nottetempo da milizie mascherate che li taglieggiano fino ad ottenere una consistente somma di riscatto e,  se ciò non accade, li torturano fino al rilascio. E poiché nelle stazioni di polizia le vittime di questi soprusi non vengono ascoltate e non ricevono giustizia, Fathi ha deciso di prendersi la responsabilità di dare voce ai senza voce sul suo sito. E chiede giustizia. Fathi bin Lazraq ha continuato a farlo finché non è stato rapito con le stesse modalità con cui sono scomparsi nella notte i centinaia di cittadini che si rivolgono a lui, ed è stato invitato a smettere, prima con la tortura, poi con l’estorsione di denaro. Fathi non ha mollato per diversi mesi. Poi, quando la città di Aden è passata sotto il controllo temporaneo delle milizie finanziate dagli Emirati Arabi Uniti, è andato via. La sua storia è anche la prova provata che la guerra in Yemen non è dimenticata, come il cliché della narrativa mainstream impone.

E’ semplicemente guerra che non si può raccontare. Perché chi lo fa muore, scompare, viene minacciato, detenuto, torturato, sottoposto a processi sommari. In realtà è una vecchia storia, in Yemen. I numeri parlano da soli: dal 1992 a oggi, quindi dai tempi che precedono la rivoluzione del 2011, quelli in cui la presidenza-dittatura di Ali Abdullah Saleh si fece più dura, i giornalisti morti sono venti. Il picco delle morti sul campo, secondo il Committee to protect journalists, si è avuto nel 2015 e 2016 con – rispettivamente – cinque e sei giornalisti morti. Ma il numero anche dei feriti e soprattutto dei rapiti o dei detenuti ingiustamente è assai più alto. E i casi sono tanti e diversificati in varie aree del Paese. Ma le tecniche usate dalle milizie locali sono sempre le stesse: silenziare i giornalisti, impedire loro di fare il proprio lavoro con l’accusa di essere terroristi, amici del “nemico”, spie. Lo scorso 15 luglio 2019 il collega Yahya al-Sawari è stato arrestato nella città di al-Gheyda, nel governatorato di al-Mahra mentre intervistava in ospedale personale medico e pazienti, attaccati da milizie locali finanziate dai sauditi dopo avere partecipato a proteste contro l’ingerenza esterna – soprattutto saudita – sul governatorato. Al-Sawari è stato portato in una località segreta ed è stato rilasciato diversi giorni dopo. Incontrato un mese fa, ci ha confermato di essere stato portato in una località vicina all’aeroporto militare del governatorato, torturato ed accusato di spionaggio quando – ci ha detto – “ho semplicemente fatto quello che s’ha da fare in questi casi: chiedere, capire, analizzare”. Il caso di al- Sawari, un freelance che stava lavorando ad un report per un think tank internazionale – il Sanaa Center for Strategic Studies – è paradigmatico dei multipli attacchi che i giornalisti yemeniti ricevono da ogni parte e da tutte le parti in conflitto: due anni fa Yahya era stato rapito e torturato dalle milizie del Nord – gli Houthi – per avere pubblicato sul sito dei Fratelli Musulmani yemeniti, al-Islah, un pezzo critico nei confronti della gestione della guerra del partito Ansarullah, espressione degli interessi degli Houthi. In quella prigione era rimasto per sei mesi fino a una difficile liberazione.  “Stavolta la detenzione è durata assai di meno – ci ha detto – ma non è stata meno dura”. La maggior parte dei casi occorsi ai giornalisti yemeniti resta comunque di questo tenore: non importa per chi si scriva o chi si pubblichi, il giornalista è un nemico, un testimone scomodo da silenziare e, se necessario, da uccidere. Durante il secondo anno di guerra, il 2016, un giornalista locale abbastanza conosciuto dalla comunità internazionale, Almigdad Mojalli, aveva conosciuto una sorte simile ma con una più tragica conclusione: riallogato in Giordania per essere stato gravemente minacciato dalle milizie Houti del Nord dopo la pubblicazione di un servizio sull’Indipendent sul reclutamento dei bambini soldato da parte di queste milizie nella capitale Sana’a, Mojalli decise di rientrare nel Paese e raccontare gli effetti dei bombardamenti sauditi sul Nord per conto di Voice of America. Ma il 16 gennaio del 2016, dopo essersi recato sul luogo di un bombardamento, la sua auto fu colpita con la tecnica double tap (consiste nell’eseguire un secondo bombardamento sullo stesso target e/o sulla stessa area dopo circa 15 minuti, in modo da attendere anche l’arrivo di soccorsi, ambulanze, giornalisti). Vittima due volte, delle due diverse parti in conflitto, Mojalli è stato solo il primo di una lunga serie di colleghi costretti  – nei casi migliori – a emigrare o a cambiare mestiere. Non a caso, lo scorso giugno, il direttore esecutivo del CPJ, Joel Simon, ha inviato una lettera all’ambasciatore yemenita a Washington, Ahmed Awad Bin Mubarak, chiedendo a tutte le parti in guerra di fermare la loro campagna politica contro i giornalisti. Ha chiesto ai ribelli Houthi del Nord la liberazione dalla prigione di Abdulkhaleq Amran, Hesham Tarmoum, Hareth Hameed, Akram al-Waleedi, Essam Balghaith, Hisham al-Yousifi, Haitham al-Shihab, Hassan Anaab, Tawfiq al-Mansouri, and Salah Al-Qaedy. E ha denunciato la morte di Anwar al-Rakan, dopo appena due giorni dal rilascio, come risultato della cattive condizioni di detenzione subite. Stessa cosa ha fatto con le autorità del Sud, chiedendo la fine di un clima di paura e intimidazioni causato sia dalle milizie separatiste del Sud che dalle forze governative del presidente Mansour Hadi. Senza dimenticare le vittime dei bombardamenti della Coalizione, molti dei quali, come Almigdad Mojalli, inevitabilmente, giornalisti.

 

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