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Scrivere di gusto

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Massimiliano Borgia, direttore del Festival del giornalismo alimentare
Massimiliano Borgia, direttore del Festival del giornalismo alimentare

Quando il cibo fa notizia e quando la notizia parla di cibo: dal 25 al 27 febbraio Torino ospita la prima edizione del Festival internazionale del giornalismo alimentare.

Tre giorni suddivisi in quattro sezioni: sicurezza alimentare, biodiversità, stili di vita ed enogastronomia. Incontri, workshop, showcooking e degustazioni guidate per addetti ai lavori e per il grande pubblico. Circa 900 le persone che si sono iscritte, di cui 500 giornalisti, 150 professionisti del mondo scientifico, 150 blogger e 100 comunicatori.

Ne abbiamo parlato con Massimiliano Borgia, ideatore e direttore del Festival, giornalista esperto di cibo (spazifood.it).

Come nasce l’idea di un festival di giornalismo alimentare e da chi è organizzato?

«Siamo un gruppo di giornalisti riuniti in un service. Da due anni organizziamo un festival sulla filosofia del cibo, “Pensare il cibo”, da questa esperienza nasce l’idea di una manifestzione specifica per giornalisti. E il tema dell’alimentazione tiene insieme tutti gli aspetti del giornalismo: si trovano a doverne parlare i colleghi che scrivono di giudiziaria o di cronaca, quando parlano dei sequestri dei Nas o di sofisticazioni. Se ne occupano i giornalisti sportivi, quando con l’alimentazione legata allo sport. Lo si ritrova nelle politiche europee e nazionali, nell’economia, nel diritto al cibo, nell’educazione e nella scuola. Insomma è un tema comune a tutte le specializzazioni. Per questo è necessario per un giornalista scriverne in modo documentato e non essere mandato allo sbaraglio. Non può scrivere senza sapere di che cosa sta parlando, magari lanciando bufale che riguardano la salute di tutti. Il primo obiettivo del festival è quindi la necessità di formazione sull’alimentazione».

La conferenza stampa di presentazione del festival
La conferenza stampa di presentazione del festival

Quali sono gli altri obiettivi del Festival?

«Fare incontrare i diversi giornalismi: quello degli iscritti all’Ordine, che conoscono i principi delle carte deontologhe, e quello dei blogger che fanno informazione e spesso hanno più contatti dei giornalisti tradizionali (ma non è detto che rispettino le regole deontologiche). Sono due mondi che devono parlarsi. Bisogna allargare la famiglia del giornalismo e far cessare il far west in cui ci si trova adesso, anche per il bene del pubblico. C’è poi il confronto con i professionisti delle materie scientifiche, i medici, i biologi, che a volte accusano i giornalisti di superficialità, di non saper capire questi temi e a loro volta sono criticati dai giornalisti perché non sanno spiegare. Anche in questo caso si tratta di due mondi che si devono incontrare e parlare».

Chi è il giornalista che si occupa di alimentazione? Si può fare un identikit?

«No, non esiste un identikit. Fino ad oggi c’era la figura del giornalista che si occupa di enogastronomia, che recensisce ristoranti e vini o che si occupa di agricoltura e scrive pezzi sulle quote latte o simili. Ora tutti di occupano di cibo, da punti di vista diversi, come dicevo. C’è stato un cambiamento che però, ad esempio nell’esame di Stato, non è ancora stato recepito, non ci sono quasi domande su questa materia».

Com’è – e come dovrebbe essere – il linguaggio del giornalista alimentare?

«Serve un linguaggio semplice, ma non banale, che spieghi le cose come stanno. È un settore in cui si usa spesso uno slang, si creano neologismi che poi entrano nel linguaggio comune e da lì nei vocabolari. Pensiamo ad “apericena”, ad esempio. Non sono più le parole del mondo agricolo, ma quelle del mondo urbano, anglosassone… del mondo in generale».

Abbiamo parlato soprattutto di giornalismo cartaceo o web, ma cosa ne pensa dei programmi televisivi legati al cibo?

«I cuochi sono diventati personaggi dello spettacolo. In TV il cibo ha sfondato perché si può giocare sulla competizione: il cibo è il mezzo, il filo conduttore, ma ciò che conta è la gara in sé, la squadra, la contrapposizione tra vincitori e perdenti, non il cibo. Si usa il cibo perché è un argomento che capiamo tutti. Canzoni e cibo si prestano alle gare televisive perché ognuno di noi può seguirle e appassionarsi. Ma non per questo si fa cultura alimentare».

Si parla sempre più spesso di intolleranze, malattie legate all’alimentazione come la celiachia, diete come quella vegetariana o vegana, che cosa ne pensa?

«Il giornalista deve essere in grado di rispondere alle domande del pubblico, vince chi informa meglio. Prendiamo il caso della celiachia. Carne, cereali e frutta sono alla base dell’alimentazione umana fin della sue origini. Ma oggi l’industria alimentare produce grani troppo ricchi di glutine, per andare incontro alla richiesta dei prodotti da forno industriali, che selezionano grani con più glutine. Il bravo giornalista – preparato – deve riportare ai termini veri la questione della celiachia, conoscendo i dati e denunciando le responsabilità dell’industria. Per questo le informazioni sbagliate creano danni enormi alle persone. C’è una funzione sociale molto importante nel ruolo del giornalista e quindi serve maggiore formazione e deontologia. Anche per i food blogger».

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