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Sciopero dei media nel Ciad: se scriviamo, ci arrestano

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L’Unione dei Giornalisti del Ciad (UJT), in collaborazione con molti organi di stampa, ha decretato quella del 21 febbraio come la giornata senza stampa su tutto il territorio nazionale per denunciare, secondo l’UJT, le «le aggressioni che subiscono i giornalisti nel nostro Paese». Le strade della capitale N’Djamena, ha constatato un corrispondente dell’Agence France Presse (AFP), sono rimaste effettivamente senza venditori di giornali. «Questa vuole essere una giornata di protesta contro le aggressioni che subiscono i giornalisti e contro la chiusura, in queste ultime settimane, di molte radio libere» ha sottolineato il presidente dell’UJT Beingar Larme Laguerre.
Anche le radio private, nella capitale e nelle regioni mediorientali del Paese, sono rimaste in silenzio.
Solo un quotidiano ciadiano francofono, Le Progrès, ha continuato a uscire: «Abbiamo degli impegni e degli annunci da pubblicare. Dobbiamo rispettare questi impegni assicurando la distribuzione del prodotto», ha dichiarato all’AFP un responsabile del giornale, protetto dall’anonimato.
Alla fine di gennaio, un comitato d’azione è stato creato per la liberazione del blogger Tadjadine Mahamat Babouri, detenuto da 15 mesi per aver criticato il regime sui social media.
In Ciad, i reporter sono regolarmente arrestati dopo la pubblicazione di certi articoli. La maggior parte sono liberati abbastanza rapidamente, ma alcuni in prigione subiscono dei maltrattamenti. La denuncia è comparsa sul sito di Reporters Sans Frontières.

Nel 2017, il Ciad era al 121esimo posto su 180 Paesi nella classifica sulla libertà di stampa di RSF.

[fonte: La Presse, quotidiano di Tunisi, giovedì 22 febbraio 2018. Nell’immagine, il blogger Babouri. La sua storia, raccontata da Amnesty International]

La censura in Ciad: la voce scomoda di Juda Allahondoum (di Laura Silvia Battaglia)

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