Home»Sponde del Mediterraneo»Scatti oltre il confine

Scatti oltre il confine

0
Shares
Pinterest Google+

I loro scatti hanno fatto il giro dell’Italia e sono ritornati a Torino, più precisamente nella Main Hall del Campus Luigi Einaudi, dove saranno esposti fino al 26 ottobre. I fotoreporter e i videomaker indipendenti torinesi che hanno realizzato il reportage collettivo «Exodos» per raccontare il volto umano delle migrazioni hanno ritratto alcuni dei momenti e dei luoghi più drammatici della crisi dei migranti: Lesbo e Kos, la frontiera di Idomeni, le tensioni a Calais, il mare di fronte a Ventimiglia e quello (lo stesso) al largo di Lampedusa.
Nell’incontro al Campus Einaudi «Rappresentazione dei confini. Superamento dei confini» hanno dialogato con alcuni accademici: occasione questa per abbattere i confini tra discipline e professionalità, per «spostare i confini per renderli più porosi» come ha ricordato Franca Roncarolo, direttrice del Dipartimento di Culture, Politiche e Società.
«Essere nati al di qua o al di là di un confine fa la differenza», afferma Marco Alpozzi, fotoreporter che ha documentato l’emergenza profughi ai confini della «fortezza Europa». 
«Il confine è diverso per noi che abbiamo il passaporto e per chi, senza un pezzo di carta, non è nessuno. I confini sono invalicabili solo per qualcuno. I treni merci possono varcare i confini, le persone no. A Idomeni una linea a terra segna ciò che è Europa e lo separa da ciò che non lo è. Al di qua e al di là un fuso orario diverso, una cultura diversa.»
Replica un altro dei fotoreporter intervenuti, Stefano Stranges, con un’idea di «confine fuori dai confini»: «In Siria io ho seguito i combattenti del Free Syrian Army, il mio collega le forze governative. Fuori dai confini siriani siamo amici, andiamo a berci una birra insieme. In Siria i suoi fixer potevano spararmi.»
È d’accordo Egidio Dansero, docente di Geografia economica e politica all’Università di Torino, che ha introdotto l’idea di confine come sottoinsieme del limite, concetto strettamente legato al potere: «Dei limiti c’è bisogno per non essere disorientati, ma vanno gestiti». Innanzitutto tenendo a mente che il limite è prodotto culturalmente: l’idea di «vicino» o «lontano» dipendono dall’orizzonte culturale di riferimento.
Valeria Verdolini , sociologa del diritto, confrontando il confine «invisibile» del Mediterraneo e la rotta balcanica, visibile perché terrestre, ha suggerito una lettura originale: «Nel momento in cui la domanda di diritti si lega a uno spazio fisico diventa necessaria e porta con sé, di riflesso, la paura dell’attraversamento del confine. E nel discorso sulla paura migrazione quale attraversamento del confine e terrorismo coincidono
Lo sa bene Andrea Pogliano, sociologo dei media, che ha analizzato trent’anni di rappresentazione fotografica della migrazione. Innanzitutto nei servizi sulle migrazioni si parla esclusivamente di immigrazione, mai di emigrazione o di paesi di transito. Negli ultimi anni l’enfasi è posta sulla disperazione che vuole i migranti come soggetti passivi. Molto diversa era la rappresentazione dei migranti albanesi negli anni Novanta: era il racconto pieno di speranza di un popolo attivo, in cerca di futuro, di una comunità di persone e della forza del loro essere gruppo. Solo successivamente si è imposto il registro umanitario. «Le immagini hanno un ruolo prezioso nel costruire il discorso sulla migrazione. Il fotogiornalista testimonia, ma ciò non basta. Le fotografie sono spesso usate per rafforzare categorie che già esistono. Allora quando si rompe il telo e si tenta una visione diversa?»
Lo ha fatto, ad esempio, La Stampa quando il 3 ottobre 2013 ha dedicato una prima pagina alla strage dei migranti scegliendo una fotografia che ritraeva gli oggetti recuperati insieme ai corpi delle vittime. «Una scelta sovversiva perché lì, in quegli oggetti, c’era l’auto-rappresentazione dei migranti. E poi perché si sono visti i morti.» Non numeri, ma volti.
«La fotografia non ha suono, non ha parole, è una botta alla pancia», commenta il fotoreporter Max Ferrero. «È istinto e talvolta concetto. Ma raccontare attraverso la testa non vende e soprattutto è inutile perché non arriva alla gente. I reporter raccontano bene in contesti di anarchia: quando l’emergenza finisce e ci si organizza il reporter non ha più nulla da raccontare perché è bloccato.»
Dalle indagini degli accademici, così come da chi ha vissuto sul campo il dramma dei migranti emerge l’esigenza forte di un modo diverso di raccontarlo, che coinvolga media e pubblico in una lettura più approfondita. Per riprendere l’intervento dell’assessora regionale Monica Cerutti, occorre «una narrazione diversa per accompagnare le politiche di inclusione e in questo la fotografia, che ha la forza di poter essere meno strumentalizzata, ha un ruolo fondamentale.»

Previous post

Tunisia: Repubblica di nome, repressione di fatto?

Next post

Caffè e MDJ insieme, per raccontare libertà di stampa negata