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Sauditi e UAE, l’Arabia che cancella la libertà di stampa

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La campagna di Amnesty per la liberazione di Badawi

All’Arabia Saudita, Paese che è al 168esimo posto nella classifica della libertà di stampa di Reporter senza frontiere, è stata chiesta la liberazione del giornalista Saleh al-Shehi, editorialista del quotidiano saudita Al-Watan che si è sempre occupato di questioni economiche governative, indagini di anti-corruzione e trattamento degli espatriati. Le autorità non hanno né confermato l’arresto né annunciato accuse formali contro al-Shehi e il CPJ, il comitato internazionale per la protezione dei giornalisti, non è stato in grado di verificare la data e il luogo dell’arresto; al-Watan, per conto suo, non ha risposto alla richiesta di commentare la situazione del cronista. Ma di ciò non c’è da stupirsi: il giornale è l’organo di stampa governativo per eccellenza. Ad aggravare la posizione di al-Shehi è stata l’apparizione nello spettacolo televisivo Yahalla l’8 dicembre 2017; al-Shehi, in quella occasione, ha parlato della corte reale dell’Arabia Saudita come una delle fonti di corruzione nel regno. Il giornalista ha sostenuto che qualsiasi cittadino saudita che abbia un contatto all’interno della corte reale o qualcuno a esso associato, ha automaticamente un vantaggio nell’acquistare terreni strategicamente posizionati altrimenti non disponibili al pubblico. E ancora, la proprietà del canale televisivo è del principe saudita Alwaleed bin Talal, arrestato il 9 novembre del 2017 come uomo di spicco della presunta “purga” anticorruzione del  principe ereditario Salman bin Mohammad.

Le autorità saudite detengono almeno sette giornalisti dal 1 dicembre 2017. Caso storico è la vita “sospesa” del blogger Raif Badawi, uno scrittore saudita dissidente e attivista, nonché autore del sito Free Saudi Liberals. Badawi è stato arrestato nel 2012 con l’accusa di “insultare l’Islam attraverso canali internet” e portato in tribunale con diverse accuse, tra cui l’ apostasia. Gli è stata inflitta una condanna a dieci anni e a 1.000 frustate per aver promosso la libertà di parola nel suo Paese. Quando ha ricevuto le sue prime 50 frustate, Badawi ha rischiato di morire; è accaduto in una fustigazione pubblica nel 2015, filmata e pubblicata sui social media, fatto che scatenò l’indignazione internazionale di tutte le più importanti organizzazioni. La sentenza è stata condannata dal vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, Boumedouha: «La fustigazione di Raif Badawi è un vizioso atto di crudeltà che è proibito dal diritto internazionale: nella fustigazione, le autorità dell’Arabia Saudita hanno dimostrato un aberrante disprezzo per i più basilari principi dei diritti umani». 

Negli Emirati Arabi, Paese il cui indice di libertà della stampa è comunque molto basso (119), come riconoscimento del suo coraggioso lavoro per i diritti umani Ahmed Mansoor ha  ricevuto  il prestigioso premio Martin Ennals Award for Human Rights Defenders. Il 20 marzo 2017, di notte, un gruppo di 12 funzionari della sicurezza è entrato nella casa della famiglia di Ahmed Mansoor nella città di Ajman e ha eseguito una lunghissima perquisizione; Ahmed Mansoor  è stato condotto in una località nascosta mentre gli uomini della sicurezza confiscavano tutti i telefoni e i laptop della famiglia, compresi quelli dei suoi figli. Il 17 settembre 2017 veniva condotto in tribunale ad Abu Dhabi, dove la sua famiglia lo ha potuto incontrare brevemente e appena per la seconda volta. Le autorità della UAE hanno sempre sostenuto di averlo detenuto nella prigione centrale, ma non c’è nessuna traccia della sua presenza in alcuna prigione. Questo può solo significare che lo hanno privato di ogni libertà e costretto in una “prigione privata”, molto in uso nel Golfo Persico. Ahmed Mansoor non ha ancora un avvocato, e il suo isolamento lo ha esposto, con molta probabilità, a trattamenti crudeli, inumani o degradanti e probabilmente a torture. Mansoor era stato arrestato per crimini informatici e accusato di utilizzare siti “web di social media per pubblicare false informazioni e voci, promuovere un programma settario incitando l’odio e di pubblicare informazioni false e fuorvianti che danneggiano l’unità nazionale, l’armonia sociale e la reputazione del paese”.
Come risultato della sua pacifica attività sui diritti umani ha subìto ripetute intimidazioni, molestie, aggressioni fisiche e minacce di morte da parte delle autorità degli Emirati Arabi Uniti o dei loro sostenitori.

Nelle settimane precedenti al suo arresto, Mansoor aveva twittato per chiedere la liberazione dell’attivista per i diritti umani Osama Al-Najjar , tuttora in carcere nonostante abbia terminato il periodo di condanna di tre anni per le sua attività “politica” su Twitter; inoltre aveva chiesto il rilascio del noto accademico ed economista Nasser bin Ghaith, condannato nel marzo 2017 a 10 anni per uno suoi post su Twitter.  Mansoor aveva  usato il suo account per attirare l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani in tutta la regione del Medio Oriente, tra cui l’Egitto e lo Yemen.

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