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Russia, la Coppa del mondo (della libertà di stampa)

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Christophe Deloire (giornalista e scrittore, segretario RSF dal 2012)

Christophe Deloire, segretario generale di Reporter senza frontiere, ha diffuso il suo pensiero – e quello dell’organizzazione che rappresenta – in un momento in cui la Russia di Vladimir Putin è al centro dell’attenzione mondiale per la Coppa del Mondo di calcio. «Il presidente ha lavorato duramente per portare la Fifa World Cup in Russia nel 2018. Ha potuto controllare molto di questa manifestazione fino al giorno in cui è iniziata ma, da allora, le cose sono cambiate: non può interferire con gli arbitri, al massimo può occuparsi di come i media nazionali seguono l’evento».

«Solo che – continua Deloire – nel nostro Indice mondiale della libertà, la Russia è 148esima su 180 nazioni. E invece di accettare la sfida della competizione del pluralismo nell’informazione, il Cremlino ha “stretto” sulle regole, per fare sì che la partita la vincesse il governo: ha criminalizzato la diffamazione, ha fermato le notizie che offendono le credenze religiose e messo in piedi una legislazione particolarmente punitiva per chi fa informazione. Non solo. sono leggi che possono essere applicate in maniera arbitraria, grazie ai loro testi appositamente vaghi e poco chiari. 
In più, Putin ha pian piano preso possesso di centri vitali dell’informazione nazionale: dai primi anni 2000 le emittenti ORT e NTV sono state portate via ai loro magnati, Boris Berezovsky e Vladimir Gusinsky. Dopo la rivoluzione ucraina del 2014, questi media sono stati utilizzati pesantemente per sostenere le ragioni del governo. Un esempio su tutti: nel 2015, un documentario andato in onda sul canale controllato dall’autorità, Rossiya 1, accusava un’attivista per i diritti umani (il suo nome è Nadezhda Kutepova) di spionaggio industriale, fatto che la portò alla scelta inevitabile ed estrema dell’esilio. L’anno successivo, lo stesso canale televisivo gettò le stesse accuse addosso ad Alexei Navalny, colpevole di essere un capo dell’opposizione a Putin, che venne addirittura accusato di essere un agente britannico sotto copertura».  

Tuttavia, il controllo dell’informazione non è l’unica maniera in cui il governo Putin controlla umori e opinioni dei suoi cittadini. Internet è stata monopolizzata dal potere russo, con siti bloccati, cancellati, censurati, e con il blocco dell’uso di VPN (virtual private network, usate per aggirare i blocchi nazionali e navigare liberamente “fingendo” di essere in un Paese diverso dal proprio o impedendo ai gestori di identificare e localizzare chi naviga): «Lo scorso mese di aprile, la Russia ha bloccato l’accesso a Telegram, unendosi in questo provvedimento liberticida alla Cina e all’Iran. Più preoccupante di tutto è il fatto che alcuni cittadini russi siano stati imprigionati per i loro commenti sui social media, o semplicemente per aver messo un “mi piace” a un commento altrui».

«A partire dal 1999, quando Putin è diventato Primo Ministro, 34 giornalisti sono stati uccisi mentre raccoglievano o diffondevano notizie nel Paese. Tra questi, il reporter investigativo Nikolai Andruschenko, che lo scorso anno è stato assalito e picchiato a morte. In quasi tutti i casi, le indagini sono state fermate e gli assassini non sono mai stati identificati. In una situazione simile, molti editori hanno deciso di “lasciare il campo”, smettendo di giocare la loro partita e vendendo le loro testate a oligarchi favorevoli al Cremlino; molti di loro, in precedenza, erano stati invitati dallo stesso Putin a comprare squadre di calcio. Resistono alcune realtà indipendenti e di qualità, ma con un pubblico decisamente minoritario rispetto ai media appannaggio del governo: l’unico editore non vincolato da patti di potere, Dozhd, è stato fatto sparire dal satellite e dai servizi via cavo nel 2014. Galina Timchenko, del celebre sito russo Lenta.ru, lo stesso anno è stata licenziata e stessa sorte è capitata alla squadra editoriale del gruppo media RBC nel 2016. In aggiunta, sono stati chiusi TV-2, una emittente siberiana che si distingueva per indipendenza dell’informazione, e Novye Kolesa, che era il settimanale più letto di Kaliningrad. Le loro inchieste sulla corruzione e sulla vicenda dell’Ucraina sono state pagate con la eliminazione». 

Deloire ha chiuso il suo intervento con un augurio: che in questi giorni di competizione calcistica e con la Russia sotto attenzione globale, ci si faccia aventi per chiedere conto delle libertà negate, dei giornalisti imprigionati, dell’informazione imbavagliata. Una opportunità per chiedere con forza che le leggi liberticide vengano abrogate, che il governo allenti la sua stretta sull’informazione e che, soprattutto, chi commette crimini contro i giornalisti non rimanga impunito. 

 

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