Home»Libertà di stampa»Rsf e il mestiere (sempre più) difficile del giornalista in Italia

Rsf e il mestiere (sempre più) difficile del giornalista in Italia

0
Shares
Pinterest Google+
Christophe Deloire (segretario generale Rsf)

Prima di esprimere soddisfazione, meglio lèggere. «Una decina di giornalisti italiani sono sotto una protezione permanente e rafforzata della polizia dopo le minacce di morte esplicitate in particolare dalla mafia, da gruppi anarchici o fondamentalisti. […] Il livello delle violenze perpetrate contro i reporter (intimidazioni verbali o fisiche, provocazioni e minacce) è molto inquietante e non smette di aumentare, in particolare in Calabria, in Sicilia e in Campania. Numerosi giornalisti, soprattutto nella capitale e nel sud del Paese, si dicono continuamente sotto pressione di gruppi mafiosi che non esitano a penetrare nei loro appartamenti per rubare computer e documenti di lavoro confidenziali, quando non vengono addirittura attaccati fisicamente. […] Dimostrando coraggio e resilienza, questi giornalisti continuano, nonostante tutto, a pubblicare le loro inchieste».

Il bollettino annuale di Reporter senza frontiere riporta un lieve miglioramento della classifica mondiale della libertà di stampa in Italia, giacché dal 52esimo posto risale al 46esimo, ma non ci sono altre ragioni per pensare a un effettivo cambio dello stato di salute in cui versa l’informazione italiana. La classifica viene compilata con un questionario di 87 domande spedito a giornalisti, avvocati, sociologi, le cui risposte vengono combinate con dati verificati su abusi, violenze e intimidazioni ai danni di rappresentanti dell’informazione. E qui le cose vanno davvero male: nel 2017, la onlus Ossigeno per l’informazione ha documentato 216 violazioni a danno della libertà di stampa. L’elenco è sconfortante: avvertimenti telefonici, richieste milionarie di risarcimento danni, aggressioni per strada (spintoni, sputi, minacce, violenze sugli strumenti di lavoro), delegittimazioni pubbliche.

La classifica della libertà di stampa nel mondo per il 2018 è guidata dalla Norvegia, davanti a Svezia, Olanda e Finlandia. La Germania è quindicesima, la Spagna trentunesima, la Francia è due posti sotto, il Regno Unito quarantesimo. Per essere un Paese europeo dalla democrazia avanzata, l’Italia non è territorio fertile per l’informazione libera. Ed è inutile far finta che, in aggiunta ai conflitti di interesse, agli editori spregiudicati e al triste fenomeno dei giornalisti asserviti al potere, non si sia aggiunto un qualcosa di nuovo e di profondamente sbagliato. La lotta che il partito più votato dagli elettori nell’ultima tornata elettorale, il Movimento 5 stelle, aveva perseguito anni fa con iniziative (poi cadute) in difesa della libertà di stampa, come il dimenticato “Scudo della Rete” di Beppe Grillo per offrire assistenza legale ai querelati per diffamazione o alle vittime di cause civili temerarie con richieste di risarcimento insostenibili, è via via diventata qualcosa d’altro. Via via che l’azione politica del movimento è diventata oggetto di attenzione dei media, l’atteggiamento è diventato quello di un aprioristico pregiudizio nei confronti dei giornalisti: tutti servi, tutti venduti, tutti disonesti, tutti eterodiretti (a parte quelli che si sono apertamente schierati a suo favore). Fino a inaugurare una rubrica che forniva nome, cognome e riferimenti dei cronisti ritenuti ostili a vario titolo.
Rsf ha colto questo aspetto, nel suo rapporto: «In Italia, numerosi addetti dell’informazione sono sempre più preoccupati per la recente vittoria alle elezioni legislative di un partito, il Movimento 5 Stelle, che ha spesso condannato la stampa per il suo lavoro e che non esita a comunicare pubblicamente l’identità dei giornalisti che lo disturbano. […] Spesso i giornalisti italiani subiscono pressioni da parte dei politici e optano sempre più di frequente per l’autocensura».

Il capitolo dedicato a noi chiude così: «Un recente progetto di legge fa pesare sugli autori di diffamazione contro politici, magistrati o funzionari pene fino a 6-9 anni di reclusione». Ed è una ferita che l’Italia si è voluta cagionare da sé, rifiutando prima di approvare da anni un decreto per abolire il reato di diffamazione a mezzo stampa con pena detentiva, cercando infine di far approvare in Parlamento un testo che aggrava la pena carceraria in determinati casi di diffamazione “contro la casta”.

Di fronte alla crescente violenza contro i giornalisti in Europa, il Parlamento europeo sta lavorando a una risoluzione per sostenere il diritto all’informazione. Un fondo per il giornalismo investigativo transfrontaliero è già stato creato. Christophe Deloire, segretario generale di Rsf, ha presentato il rapporto ricordando che l’Europa «deve rimanere il primo posto al mondo in termini di libertà di stampa, ma oggi non dà sempre il buon esempio. […] L’odio nei confronti dei giornalisti è una delle peggiori minacce alla democrazia: i leader politici che alimentano il disprezzo per i giornalisti hanno pesanti responsabilità, perché minano il concetto di dibattito pubblico basato sui fatti anziché sulla propaganda. Contestare la legittimità del giornalismo, oggi, significa giocare con un fuoco politico estremamente pericoloso».

Il ranking mondiale Rsf del 2018
(Non) fare il giornalista in Italia
Taci o ti querelo! I giornalisti senza protezione
Se venti euro lordi non bastano: bocciato “l’iniquo compenso”

Previous post

Erdogan verso il voto: dalle purghe ai giornalisti alle manovre elettorali

Next post

O ci teniamo Assad, o arrivano i terroristi: ma è proprio vero?