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Rileggere la crisi attraverso i Beatles

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Federico Rampini

L’economia spiegata con i Beatles. Questa l’idea originale suggerita da Federico Rampini, corrispondente di “Repubblica” da New York, nel suo ultimo libro, “All you need is love”. Invitato a parlarne al Circolo dei Lettori durante uno degli eventi di Biennale Democrazia, spiega come rileggere la crisi attraverso le canzoni indimenticabili di John, Paul, George e Ringo. In alcuni brani, infatti, sarebbe racchiusa l’intuizione di drammi e sfide della società contemporanea.
Lo stesso Steve Jobs affermò che i Beatles erano il suo modello di business. Il gruppo infatti è una start-up che nasce nei pub di Liverpool, cresce nell’Inghilterra del dopoguerra – poverissima – e fiorisce nel boom degli anni Sessanta, fino a far esplodere la beat-mania anche negli Stati Uniti a partire dal 1964.
“Quando ascolto ‘Here comes the sun’ comincio a credere che la crisi stia finendo”, racconta Rampini che, da molti anni negli Stati Uniti, non può non paragonare la situazione europea a quella oltreoceano. “Negli Stati Uniti la crisi del 2008 è durata un anno, poi nella primavera del 2009 è iniziata la ripresa. In Europa la crisi dura da 5 anni, poi si è deciso di copiare la ricetta americana”. Qual è il segreto di questa ricetta?
Innanzitutto l’anti-austerity, ovvero una campagna di investimenti pubblici per rilanciare la crescita, come ha fatto Obama appena eletto sul modello di Roosevelt. Poi il ruolo della Federal Reserve americana, che ha stampato dollari per far circolare la moneta. Per Rampini, infine, aumento demografico e innovazione tecnologica sono i veri motori dello sviluppo.

Agli italiani serve una maggiore cultura economica, perché soprattutto tra i giovani l’analfabetismo economico è spaventoso. “Se rinascessi, vorrei insegnare l’economia ai bambini”, confessa Rampini. E perché non cominciare allora dalle canzoni dei Beatles?
Si possono ripercorrere i versi di “Taxman” di George Harrison, ad esempio, per raccontare le rivolte fiscali o di “When I’m 64” per trattare dell’invecchiamento demografico e delle politiche di welfare. Quando dal pubblico in sala si leva una voce che pone la domanda ironica: “C’è una canzone dei Beatles che parli di reddito minimo garantito?”, sorridendo Rampini risponde: “Sì, c’è. ‘Help!’, con il punto esclamativo”.

Si può attingere al repertorio dei Beatles anche per ragionare sui cambiamenti della società contemporanea. “Across the universe”, con il suo richiamo al viaggio in India dei Beatles, con la loro riscoperta – o meglio con la mediatizzazione – dell’oriente, quando partono per un ashram con stuolo di giornalisti al seguito, è quasi un’anticipazione della globalizzazione.

“Get Back” (to where you once belong) è una satira e una critica degli atteggiamenti xenofobi verso gli immigrati in Gran Bretagna, diffusi tra i politici e nella stampa alla fine degli anni Sessanta. Il riferimento è il famigerato discorso dei “fiumi di sangue” del politico britannico Enoch Powell, leader dei conservatori e noto per la sua posizione contraria all’immigrazione dalle ex-colonie del Commonwealth.
Per la sua esperienza, Rampini nega che negli Stati Uniti il fenomeno immigrazione sia vissuto con tanto timore e sospetto come in Europa. Cita la recente proposta di Sarkozy di eliminare nelle scuole pubbliche menù differenziati per bambini musulmani che escludono la carne di maiale. E commenta sarcastico: “Nella Francia della République, la battaglia per la laicità oggi è il porco”.
New York, metropoli di 9 milioni di abitanti, negli ultimi 10 anni ha accolto 1 milione di immigrati. Quali effetti ha prodotto? Innanzitutto un crollo del tasso di criminalità. Mentre fino a un decennio fa Harlem era un quartiere off-limits, oggi è frequentato da chi ama il jazz o vuole cenare in un ristorante alla moda; a Central Park si temevano aggressioni in pieno giorno, mentre ora si può fare jogging o portare fuori il cane la sera.
Spostandosi sulla costa pacifica, nella Silicon Valley un terzo delle imprese sono state create da stranieri.
Se è vero che anche nell’epoca dei Beatles alcune categorie erano marginalizzate ed escluse – non solo i neri, ma anche le donne – lo è altrettanto che nell’attuale economia di mercato le disuguaglianze sono molto più accentuate.

In “All you need is love” Rampini gioca sulla contaminazione dei linguaggi “per smontare le imposture ideologiche da cui siamo intrappolati. I titoli di giornale parlano solo di PIL: quello dominante è l’indicatore sbagliato”.
Cita il discorso di Bob Kennedy all’università del Kansas: “Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette […]. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari […]. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”
E suggerisce Amartya Sen come alternativa con il suo indice di sviluppo umano (HDI), indicatore che tiene conto anche del livello dell’apprendimento nelle scuole o della qualità della salute, ad esempio.

Conclude con un invito a riprenderci l’economia e sottrarla ai tecnocrati. Ad allargare, insomma, i confini del possibile, perchè “There’s nothing you can done that can’t be done”. Non c’è nulla che tu possa fare che non possa essere fatto. Non c’è nulla di impossibile.

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