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Riflessi di guerra, fotogiornalismo tra evocazione e denuncia

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Hickjacked Education © Diego Ibarra Sánchez / MeMo Pakistan 2013

«Prima cercavo una risposta al perché della crudeltà della guerra, ora non più. Non c’è risposta. Le guerre che ho visto ora sono parte di me. In zone di guerra le priorità cambiamo completamente, quello che qui ci sembra importante, come ad esempio perdere il cellulare, là non conta niente». Fabio Bucciarelli, fotogiornalista e scrittore che documenta conflitti, situazioni umanitarie e post-guerra, parla così del suo lavoro al dibattito Riflessi di guerra. Oltre il reportage, che la Biennale della democrazia ha organizzato presso la sede della Film Commission di Torino. Bucciarelli ha lavorato in Libia, Siria, Sud Sudan, Mali. Collabora con AFP e Time Magazine e le sue foto sono state pubblicate da quotidiani e riviste internazionali. Ha ricevuto i più grandi riconoscimenti del fotogiornalismo, come la Robert Capa Gold Medal e il World Press Photo. I suoi lavori sono stati esposti in gallerie e musei a New York, Torino, Londra, Barcellona e Kuala Lumpur. Il suo ultimo libro è The Dream (FotoEvidence 2016). Con Bucciarelli è presente anche Diego Ibarra Sanchez, fotogiornalista e cofondatore di MeMo, un network internazionale di fotoreporter che diffonde un’informazione indipendente a tutela della democrazia e dei diritti umani. Diego Ibarra Sánchez ha trascorso quattro anni in Pakistan, diventando un punto di riferimento per grandi testate internazionali, tra cui The New York Times, Der Spiegel, Al Jazeera, NZZ e Diari ARA. È spesso in viaggio fra Afghanistan, Bahrein, Libia, Nigeria e Tanzania.
Con loro Patrizia Bottallo, direttrice artistica di martin-Martini Arte Internazionale e curatrice di mostre e artisti internazionali, evidenzia il ruolo dell’arte come spazio di riflessione sui drammatici temi dei migranti, dell’analfabetismo, della guerra. E sulla possibilità che le immagini – soprattutto immagini come quelle di fotoreporter-artisti come Bucciarelli e Ibarra Sánchez – possano contribuire a stimolare una riflessione nello spettatore.

Fabio Bucciarelli

Con il progetto The Dream, ad esempio, Bucciarelli documenta i conflitti dei rifugiati dopo le Primavere arabe in Africa e Medio Oriente.
Diego Ibarra Sánchez si interroga invece sul valore dell’istruzione, diritto violato in Iraq, Pakistan e Colombia, indagando – con il progetto Hickjacked Education (Istruzione in ostaggio) – la grave situazione dell’impossibilità di avere accesso all’istruzione, a casusa della distruzione degli edifici e del sistema scolastico provocate dai conflitti. «Ho deciso di dedicarmi a questo progetto – spiega Ibarra Sánchez – perché la guerra è la punta dell’iceberg e i media mainstream si focalizzano solo su certi aspetti. La guerra spazza via il futuro. Questi bambini, che oggi non hanno istruzione, non avranno un futuro domani. Come si andrà avanti? Voglio sollevare degli interrogativi su questi temi. Ad esempio il caso di Malala ha sollevto un velo sul problema dell’istruzione, ma il problema è rimasto. L’ho visto in Pakistan, ma anche in Iraq, in Colombia».

A cosa serve una buon foto? Deve solo documentare la cronaca di un avvenimento o deve in qualche modo dare un giudizio? Se lo è chiesto anche Fabio Bucciarelli, dopo aver passato anni a documentare i fatti con un approccio fotogiornalistico: «Mi sono reso conto nel 2015 che le foto devono smuovere le coscienze, ma con l’abbondanza di immagini a cui siamo sottoposti si diventa apatici, c’è come un senso di saturazione. Con il progetto The Dream, che usa immagini più evocative, oniriche, rispetto alle foto giornalistiche, voglio fare invece un discorso diverso, un’ibridazione tra linguaggi che possa smuovere le coscienze». E circa il lavoro sul campo aggiunge: «Oggi è più difficile fare giornalismo rispetto a cinque anni fa. Ora è una follia andare in Siria, Yemen, Egitto, Libia, Eritrea, Sud Sudan. E anche l’informazione ne risente. Si sviluppa il citizen journalism, con persone del posto che documentano che cosa avviene nel loro paese. In questo modo è difficile avere un’informazione indipendente».

Diego Ibarra Sánchez

Progetti per il futuro? Per entrambi vince la voglia di portare avanti i propri progetti personali con MeMo, insieme a quelli commissionati da altri mass media: «Voglio continuare il lavoro sul linguaggio più evocativo sui temi del giornalismo», spiega Bucciarelli. Diego Ibarra Sánchez continuerà con il progetto Istruzione in ostaggio: «Lavorare con i mass media ci permette di andare dove altrimenti non potremmo, voglio sfruttare questa opportunità. MeMo, d’altro canto, ci permette un punto di vista più personale».
Ma come si fa ad assistere alle situazioni che la guerra pone di fronte? Come si fa a scattare una foto, senza sfruttare il dolore a cui si assite? «Il mio ruolo è quello di documentare – spiega Bucciarelli – non sono un medico, sono un giornalista, non posso fare altro che il mio lavoro. Ma vedo che c’è comprensione rispetto al nostro ruolo, i soggetti che ritraggo nelle foto vogliono che venga conosciuta la loro storia».
«A volte le persone che fotografo mi invitano a condividere con loro una tazza di tè – aggiunge Ibarra Sánchez – l’importante è dare prova della propria umanità, ricordarsi che quelle che abbiamo di fronte non sono solo storie, ma soprattutto persone».

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