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Responsabili di (in)formare

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Il dibattito attorno alle parole pronunciate da Enrico Mentana, direttore del tg La7, in merito al dovere dei telegiornali non si placa: per il direttore, il tg non è uno strumento per formare alle notizie del mondo, ma per informare il pubblico.
Compito del giornalismo è dunque formare o informare? Se ne è discusso in una sala gremita del Palazzo dei Congressi di Riccione durante uno degli appuntamenti del Premio Ilaria Alpi: “L’Europa tra Obama e Putin. Il ruolo dei media nelle crisi internazionali”. Titolo quanto mai opportuno per un evento che si è tenuto il 4 settembre, giorno in cui a Newport si è tenuto il vertice Nato per discutere del conflitto tra Russia e Ucraina e delle minacce dei jihaidisti dell’Isis in Iraq e Siria.

A moderare l’incontro Barbara Serra, conduttrice della redazione di Londra di Al Jazeera English, e tra gli ospiti Gigi Riva, caporedattore esteri de L’Espresso, che è intervenuto deviando la questione dal rischio di pedagogismo: “Si devono distinguere il momento, i media, il messaggio e le situazioni storiche. Il giornalismo è un mestiere artigianale, non una scienza esatta e sta alla nostra sensibilità e a quella dei lettori di scegliere se formare o informare. Informare è la base. Ma se hai un tg come quello di Mentana e 50 secondi di tempo non puoi che informare”.
I tempi televisivi consentono di informare, altri media, con altri tempi, possono permettersi l’approfondimento, l’analisi, l’inchiesta.
“L’informazione forma e conforma”, ribadisce Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore freelance, esperto di Afghanistan. E richiama dunque alla responsabilità etica del giornalista.
Ma il giornalismo oggi si fa anche grazie all’interscambio con il lettore o lo spettatore, che sceglie se ciò che sta cercando è formazione o informazione.

La domanda allora è piuttosto: è possibile informare un pubblico non formato?
Giulietto Chiesa, storico corrispondente da Mosca per L’Unità e La Stampa, alimenta il dibattito asserendo che non solo la maggioranza dei media non forma, ma neppure informa. Parla di “cambiamento antropologico” del pubblico, che fino a vent’anni fa non aveva alcun accesso alla televisione mentre oggi può attingere in rete a una quantità incredibile di informazioni: cita le primavere arabe, gli abitanti degli slum in India che a migliaia si riuniscono davanti a una televisione per vedere come vive l’Occidente. Pubblici nuovi, un volume enorme di nuovi utenti e una massa di informazione non selezionata.
“La rete è un luogo di informazione?”, si chiede Giulietto Chiesa. “Ebbene, non lo so. Se l’80% dei contenuti è costituito da Youtube, dalla pubblicità, forse c’è qualche contraddizione”.
Incentra il discorso sull’attualità e si dice convinto che di quello che è accaduto e sta accadendo in Ucraina, ad esempio, gli Italiani non sappiano nulla. O forse non sono riusciti a farsene un’idea articolata, a problematizzare la situazione, perché i media occidentali hanno riportato comunque una sola versione. E non certo quella dei media russi. Resta da chiedersi, tuttavia, se si possa arrivare a un’infomazione davvero libera da condizionamenti ideologici. Si racconta comunque e sempre una delle verità possibili, quella che ci sembra più ragionevole.
“Non si può comunque dire la verità”, ammette Chiesa. “Si può dire qualcosa all’interno dei limiti definiti dalla struttura comunicativa, decisa da chi ha il denaro pubblico”.

Qual è dunque la responsabilità del pubblico nella ricerca di un’informazione autentica – o presunta tale? Oggi al centro dell’informazione c’è il cittadino, che può scegliersi il proprio palinsesto e i propri canali di informazione.
“Prima si aspettava che a una certa ora ci arrivasse l’informazione”, commenta Kevin Sutcliffe, coordinatore per Vice delle news inerenti l’Europa. “Le tecnologie hanno sconvolto tutto questo. Le persone hanno la loro maniera di scegliere le notizie. Io rappresento un pubblico molto giovane, sofisticato, on line, che trae informazioni da Twitter e Facebook. È un pubblico attivo che non sta aspettando che un giornale, una tv o un’organizzazione gli venda una notizia. Quello era il passato”.

Che gli utenti di Vice siano una nicchia? Che l’attenzione tutta anglosassone per il linguaggio documentaristico sia un’avanguardia per un Paese come il nostro dove, citando Ilvo Diamanti, nonostante tutta la gamma di fonti consultabili in rete, il 90% delle persone si forma la sua idea guardando la tv?
Può darsi, ma non siamo i soli. Collegata da New York, Giovanna Botteri, corrispondente Rai dagli Stati Uniti, racconta che fuori dalle grandi città, usciti dalla East Coast, domina la non informazione o il pensiero unico. Il sistema dell’informazione negli Stati uniti è molto sofisticato, che vive di propaganda e anticorpi. L’informazione di massa, tuttavia, è nelle mani di pochi gruppi di pressione.
“La fortuna di questo paese”, spiega Giovanna Botteri, “è che è grande e stratificato e ci sono gruppi di resistenza, come gli afroamericani, da sempre minoranza, così come gli ispanici che hanno sviluppato la loro controinformazione”.

Tra cattivo giornalismo e buon giornalismo, come precisava Kapuscinski, citato nel dibattito, la differenza risiede nel “descrivere per comprendere”, con l’obiettivo non soltanto dell’informazione, ma della riflessione.
La notizia dura e cruda è una radiografia. Al giornalista il compito di “farla arrivare” e di avere fiducia nella capacità del pubblico di maturare una consapevolezza sul mondo oltre i confini nazionali e nella sua volontà di pretendere un’informazione corretta e non superficiale.

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