Home»Professione giornalista»Reporter digitali

Reporter digitali

0
Shares
Pinterest Google+

social media weekCrisi, creatività, innovazione, ma soprattutto molte domande sul futuro del giornalismo, sulle evoluzioni del mondo dell’informazione e della comunicazione hanno caratterizzato gli eventi che come Caffè abbiamo seguito alla Social Media Week torinese.

Focolai di creatività in tempo di crisi
Sarà vero che la crisi porta a una maggiore creatività e spinge a puntare su progetti innovativi? È ciò che si sono chiesti i partecipanti al panel “Cris-itivity: editoria indipendente e comunicazione sociale rendono la crisi creativa” ricordando che in parte è ciò che è avvenuto a Berlino negli anni ’90, con “focolai di creatività” e abbattimento dei limiti nell’espressione e comunicazione di arte, e non solo. “La crisi impone i suoi limiti – si legge nella presentazione dell’incontro – schiaccia con le sue restrizioni inevitabili (…) Eppure, chissà per quale bizzarro meccanismo, il periodo di crisi è sempre stato, storicamente, momento di fermento ideologico, culturale, sociale. (…) In particolare la comunicazione sociale, come processo comunicativo con finalità collettive, e l’editoria indipendente, con i suoi toni spesso troppo innovativi per trovare posto nella stampa ufficiale, sono strumenti privilegiati per trasformare la crisi in opportunità”.
Di questo processo innovativo è convinta Francesca Oddenino, che ribadisce come “i periodi di crisi portino al meglio della creatività, oltre alla comunicazione di massa e alla spontaneità dell’idea”. Il progetto che presenta nei locali del Blah Blah è MagIsIn, di cui è cofondatrice, un progetto di indagine sui magazine indipendenti e autoprodotti a livello internazionale nella società contemporanea, caratterizzati da qualità estetica e da viralità.
Uno di questi è Italic, esempio di punto di vista nuovo nel giornalismo italiano. Ne ha parlato il direttore ed editore Luca Ballarini, nonché fondatore di Bellissimo, società di creativi torinesi che si occupano di consulenza grafica e comunicazione: “Il progetto di Italic è partito dalla consapevolezza che la gente legge poco ed è poco soddisfatta di ciò che legge, spiega Ballarini. In 10 anni il mondo dell’editoria è cambiato tantissimo, basti pensare che gli under35 non hanno l’abitudine di andare in edicola”. È per questo che Italic ha puntato su contenuti che i media tradizionali trattano poco o in modo superficiale, come la mobilità e la qualità dalla vita urbana, dal design alla creatività, dal lavoro alle tecnologie. E la risposta e la partecipazione dei lettori è buona.
In realtà per Ballarini “la crisi ha un impatto negativo sulla creatività. È vero che la crisi alimenta l’autoproduzione, ma solo se si ha una stabilità economica data da un altro impiego si riesce ad avere le energie per ideare e progettare”. Ma in ogni caso la crisi “stimola la riflessione, gli atteggiamenti non convenzionali, la creatività nella forma più pura e spontanea”.

Come cambia il giornalismo?
Ha ancora senso parlare di vecchi e nuovi media? Per Anna Masera giornalista e social media editor de La Stampa è ora di smettere di fare questa distinzione, anche se la transizione è appena cominciata.pubblico smw
Nell’ambito della Social Media Week Anna Masera ne ha chiacchierato con Luca Conti, giornalista freelance e blogger del Sole 24 Ore, e con @urukwavu, project manager e micro blogger torinese.
“Il mio è un ruolo nuovo, ancora sperimentale, per lo meno in Italia, perchè all’estero esiste già da diversi anni – spiega Masera – cerco di ‘contagiare’ gli altri giornalisti ad usare i social media e far da ponte verso i nuovi strumenti, come Twitter che è diventato il social media per eccellenza nel campo dell’informazione”. Probabilmente tra qualche tempo, quando tutti i giornalisti avranno un proprio account twitter e non ci sarà più divario tra chi è aggiornato e conosce gli strumenti e chi invece ne sta ben alla larga – quasi con un certo timore – questa figura diventerà obsoleta. Ma ne nasceranno altre, come il social media curator o chi studia la social media policy nei giornali italiani.
“La SM policy di un giornale è ciò che un giornalista può o non può dire sui social media” spiega Masera, una sorta di decalogo per i giornalisti per un uso libero, ma responsabile, dei social media.
Ma in pratica come cambia la professione del giornalista? E soprattutto, armati di smartphone, i reporter non consumeranno più le scarpe?
“Assolutamente no – risponde Masera – nonostante, per la crisi dei giornali e delle redazioni, gli inviati siano sempre meno, i giornalisti professionisti continueranno a consumare le scarpe, ma saranno aiutati dai social media curator, ossia i ‘curatori’ dei contenuti sul web, che selezionano, verificano e filtrano le informazioni che arrivano dai social”.
Quindi una figura sempre più multitasking quella del nuovo giornalista, che in trasferta fa livetwitting, ossia produce la cronaca in diretta su Twitter dell’evento o della manifestazione, poi scatta foto con il suo cellulare e raccoglie interviste video. Ma poi con il supporto della redazione, raccoglie, seleziona e verifica le fonti e le informazioni per produrre l’articolo. Il caso esemplare è quello del terremoto dell’Emilia, in cui prima sono arrivati i fiumi di messaggi e testimonianze in 140 caratteri e poi sono arrivati i giornalisti sul posto.
In ultima battuta quindi, ben vengano i social media e le loro potenzialità per verificare le fonti a supporto del professionista, ma dipende dalla passione con cui li si usa, esorta Anna Masera, perchè il buon giornalismo non lo fa lo strumento.
Si continuerà a parlare delle nuove professioni del giornalista e della sua identità digitale anche in questi giorni a Pisa, con l’Internet festival (dal 4 al 7 ottobre).

La rivoluzione nella fotografia
Ancora di smartphone, condivisione di informazioni e soprattutto di immagini si è discusso nel panel “Fotografie a confronto: è rivoluzione?”.
Mai come ora la fotografia ha avuto un così importante ruolo nella comunicazione sociale e mai come ora si sono scattate così tante fotografie. La rivoluzione c’è stata, eccome. È cambiato il linguaggio fotografico ed è cambiata la rappresentazione della realtà. Così come è cambiato il ruolo del photoeditor, che ora deve scegliere tra migliaia di fotografie. Ma nessuna concorrenza, per Giorgio Psacharopulo amministratore delegato di Magnum Photos, la prestigiosa agenzia fondata, tra gli altri, da Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, tra fotografi amatoriali e professionisti: diversi sono gli obiettivi e la qualità. Le foto pubblicate su Instagram, spiega Psacharopulo, social network per la condivisione istantanea di immagini scattate con supporti mobile, possono interessare gli amici o la stretta cerchia di “follower”, ma se un giornale ha bisogno di una foto per la prima pagina del giornale si rivolgerà a professionisti.
Sarà così ma intanto, ad un successivo dibattito “Conflitti armati e social media”, vediamo Gianpiero Riva, membro di Instagram, raccontare la sua esperienza di inviato della missione UNIFIL per visitare il Libano. Altro obiettivo, certo, ma da semplice utilizzatore del social network è stato ingaggiato proprio per la qualità delle sue foto, delle storie e per l’elevato numero di seguaci, a fare un lavoro nuovo: l’embedded blogger tra i soldati italiani. Una figura nata per raccontare temi difficili, con empatia e partecipazione, e mostrare storie che i media tradizionali non offrono.
Stessa sorte per Antonio Amendola, fondatore e presidente di Shoot4Change, una Ong italiana formata da fotografi, recentemente tornato da un viaggio in Afghanistan con ISAF (International Security Assistance Force). Amendola è un fotografo armato di macchine reflex costose, obiettivi ‘potenti’ ma anche di smartphone, perchè non è il mezzo che fa un fotografo professionista, ma è il modo in cui lo si usa. È la capacità di individuare lo strumento adatto che fa la differenza, quindi e soprattutto la capacità di rispostare l’attenzione sui contenuti, più che sulla forma e sul modo in cui li si condivide.

Per saperne di più
socialmediaweek.org

Leggi anche
Social media week a Torino

Previous post

Giornalismo e potere in Cina

Next post

Eredi polacchi