Home»Sponde del Mediterraneo»Rapporto sul Marocco: arretrano libertà e diritti umani

Rapporto sul Marocco: arretrano libertà e diritti umani

1
Shares
Pinterest Google+

L’Osservatorio per la protezione degli attivisti per i diritti umani ha pubblicato un rapporto estremamente sfavorevole per le autorità marocchine, che evidenzia come la Costituzione del 2011 non abbia permesso di avviare il Marocco sulla strada delle riforme e del rispetto dei diritti umani, in particolare a causa della repressione contro la società civile indipendente, gli attivisti, i giornalisti, gli osservatori stranieri.
Il rapporto dell’Osservatorio conferma le conclusioni di molte altre istituzioni e ONG nazionali e internazionali che costantemente invitano a mantenere l’attenzione sul deterioramento dello stato dei diritti umani in Marocco e condannano le pratiche repressive dello stato marocchino. Ouadie Hankouri, docente universitario e membro della Commissione amministrativa dell’Associazione marocchina dei diritti umani (AMDH), membro della Federazione internazionale dei diritti umani (FIDH), allerta sul peggioramento della situazione in cui operano le ONG in Marocco e sull’urgenza di attuare le raccomandazioni del rapporto.

 

Quali sono le condizioni in cui è stato redatto il rapporto?
Il rapporto è stato realizzato in un contesto generale repressivo, contrassegnato dalla volontà dello Stato di imbrigliare il movimento nazionale e internazionale sui diritti umani. In una parola: mettere a tacere tutte le voci che criticano le politiche dello Stato marocchino. Oltre alla repressione subita da ONG, attivisti, giornalisti, il Marocco attraversa un periodo segnato da movimenti sociali – Rif, Zagora, Jerada, Imider – che sono contro le politiche di emarginazione, esclusione e impoverimento.

L’AMDH è un membro della FIDH: cosa ne pensa dell’obiettivo del rapporto?
Il lavoro pubblicato risponde alla escalation repressiva subita dalle ONG nazionali e internazionali in Marocco. Era quindi necessario non solo sostenere le ONG vittime di intimidazioni e repressioni, ma anche mettere in guardia l’opinione nazionale e internazionale su questa situazione e incoraggiare lo Stato marocchino a rispettare i diritti garantiti dalle sue leggi e dagli accordi internazionali sui diritti umani ratificati dal Marocco, tra cui la libertà di associazione, di riunione, di assemblea, di protesta pacifica e di espressione.

Qual è la situazione in cui operano le ONG in Marocco?
Le ONG per i diritti umani e altre organizzazioni politiche e sindacali operano in condizioni molto difficili. Alcune di queste ONG, come l’AMDH, sono di fatto vietate e sottoposte a repressione sistematica. Più di 125 attività sono state proibite da luglio 2014, senza contare i sit-in di protesta. Anche le ONG internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch devono affrontare delle restrizioni. Altre ONG non hanno alcuna posizione legale (66 sezioni di AMDH, AMJI, ATTAC-Maroc, CMODH, Freedom Now, ANDCM, DNA, JVD) e viene loro impedito di esistere, di comparire in tribunale per ottenere un locale e aprire un conto in banca, cosa che ostacola il loro accesso ai finanziamenti.

Perché sostiene che questa repressione delle ONG è iniziata nel 2014?
In effetti, questo giro di vite sulle associazioni per i diritti umani è accelerato, in particolare dopo il discorso dell’ex ministro degli Interni Hassad nel luglio 2014, davanti al Parlamento, in cui ha accusato le associazioni per i diritti di ricevere finanziamenti dall’estero per realizzare azioni che danneggiano la sicurezza e l’immagine del Marocco.

Cosa ne pensa di questa affermazione?
Questa dichiarazione, irresponsabile e pericolosa, è stata un chiaro messaggio alle autorità locali e nazionali per rafforzare la repressione contro le associazioni che criticavano la situazione dei diritti umani in Marocco. Poi il ministro dell’Interno che gli succedette, Abdelwahid Latif, spinse persino il capo del governo, El Othmani, a ritirare il riconoscimento dell’utilità pubblica dell’AMDH con il pretesto che le posizioni dell’AMDH minacciavano l’azione dello Stato. Penso che lo Stato voglia mettere a tacere tutte le voci critiche sul rispetto dei diritti umani in Marocco. Per quanto riguarda l’AMDH, ad esempio, penso che paghi il prezzo non solo per il suo coraggio di criticare certe politiche statali, ma anche il suo sostegno ai movimenti sociali, la sua presenza sul terreno, il suo sostegno alle vittime di violazioni dei diritti umani, la sua capacità di mobilitazione, in particolare dei giovani, i suoi programmi di formazione, la sua influenza, la sua credibilità a livello nazionale e internazionale, nonché il suo essere un punto di riferimento universale.

Il governo si è affrettato a mettere in discussione l’ultimo rapporto sul Marocco, compresa la relazione dell’Osservatorio, dichiarando che questi testi non riflettono la realtà. Cosa ne pensa?
Il re Hassan II non aveva forse negato l’esistenza stessa della prigione di Tazmamart? Lo Stato marocchino continua a negare le constatazioni fatte per anni da istituzioni legittime come le Nazioni Unite e le ONG nazionali e internazionali sul peggioramento della situazione dei diritti umani senza poter dimostrare il contrario. Pertanto, respinge sistematicamente i rapporti seri e credibili fatti da ONG conosciute e riconosciute e non ne discute mai la sostanza. Questi rapporti si basano su dati reali e sono rigorosamente documentati, si fondano su indagini approfondite sul campo, fatti credibili e dossiers accurati. Non sorprende, quindi, vedere le autorità marocchine contestare nuovamente queste conclusioni. Al contrario, sarebbe un’ammissione del fallimento delle politiche di sviluppo umano messe in atto per decenni. Invece di criticare i rapporti delle ONG, sarebbe saggio per le autorità esaminarne i risultati e adottare le misure necessarie per rimediare a una situazione sempre più allarmante a tutti i livelli.

Quali passi sono necessari per dare esecuzione alle raccomandazioni del rapporto?
Penso che sia necessario che lo Stato marocchino prenda delle misure positive per garantire un ambiente favorevole al lavoro delle ONG, per porre fine alle pratiche restrittive e repressive e all’impunità, per rispettare le decisioni della giustizia a favore delle ONG vittime di restrizioni. Lo Stato deve anche fermare tutte le forme di intimidazione nei confronti degli attivisti e rispettare i suoi impegni internazionali in merito al diritto alla libertà di associazione, riunione, assemblea, protesta pacifica ed espressione. Penso anche che la condizione necessaria per procedere sulla strada delle riforme sia quella di democratizzare le istituzioni, adeguare le leggi nazionali alle convenzioni e alle leggi internazionali, porre fine all’approccio incentrato sulla sicurezza e all’impunità. Occorre anche rispettare le norme di diritto, la separazione dei poteri e un sistema giudiziario indipendente. Questo non può funzionare in un sistema autoritario e repressivo che favorisce la predazione di cui i responsabili si nutrono.

Secondo lei, queste misure possono essere realizzate?
Sfortunatamente, le autorità hanno dimostrato di non avere la volontà di rispondere positivamente alle raccomandazioni dell’Osservatorio e alle molte altre raccomandazioni delle ONG nazionali e internazionali. Lo Stato marocchino non vuole cambiare le sue pratiche dispotiche. Le linee rosse imposte alle libertà sono ancora insormontabili, gli apparati repressivi sono rinforzati, la giustizia è sempre dipendente e l’impunità è la regola. Coloro che osassero attraversare queste linee attirerebbero l’ira dello Stato, come succede all’AMDH.

 

Previous post

«Cartooning for peace»: come dire le cose con un disegno

Next post

Sciopero dei media nel Ciad: se scriviamo, ci arrestano