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Raffaele Masto: su Radio Popolare, da Milano al mondo

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mastoClasse 1953, Raffaele Masto lavora da 25 anni nella redazione esteri di Radio Popolare, emittente indipendente nata nel 1976 e presenza ormai storica nel panorama radiofonico lombardo. Autore di documentari su temi politici, culturali e sociali, Masto ha seguìto da inviato molti conflitti in Medio Oriente, in America Latina e in Africa, continente cui è dedicata gran parte della sua produzione bibliografica.

Dove si è formata la passione per il giornalismo di strada?
«Lavoravo al quotidiano Paese Sera e seguivo gli esteri, in particolare in occasione di elezioni in Stati lontani. Ai tempi, Radio Popolare era una presenza giornalistica pressoché unica a Milano: erano gli anni ruggenti delle radio comunitarie e avevamo una formula originale, poiché facevamo molta attenzione alle notizie del territorio ma, contemporaneamente, offrivamo spazio alla politica estera. Era una rarità e si rivelò una scelta vincente».

Non che oggi si sia affermata la consuetudine di occuparsi di esteri, per una radio. A parte voi, Radio Radicale e sparute eccezioni.
«In effetti, oggi è più complicato che mai occuparsi di esteri. Gli inviati costano e pochissimi se li possono permettere. Noi di Radio Popolare, per esempio, siamo inviati anomali: sono appena tornato dalla Nigeria, ci saranno le elezioni a febbraio 2015, e lì opera una setta islamica sanguinaria, Boko Haram. Ebbene, la radio ha contribuito alla trasferta in minima parte, ho trovato contributi da altri finanziatori. Non sono certo l’unico a fare così: bisogna abbattere i costi, adattarsi a viaggiare con budget molto risicati. Ma sono circostanze che, talvolta, sono più funzionali al nostro mestiere rispetto alla carta di credito del giornale, perché sei costretto a vivere il tessuto sociale, le condizioni e le contraddizioni dei luoghi che visiti».

Chi ascolta Radio Popolare?
«Abbiamo un pubblico molto variegato, difficilmente classificabile. Una parte del nostro uditorio è gente che non ha la televisione e si informa praticamente solo con noi; ci sono poi i giovani, che usano il web per informarsi ma preferiscono sentire anche la nostra campana campana, perché su Internet le informazioni sono spesso non controllate e inaffidabili. Sappiamo di contare, poi, su una parte di pubblico che legge i giornali ma non si accontenta, va a cercarsi fonti più complete e dettagliate. E soprattutto libere: noi non abbiamo un editore pesante, se non gli ascoltatori che ci sostengono».

I non milanesi, forse, non conoscono questa sorta di proprietà popolare di RadioPop: come funziona?
«Direi che il miracolo di Radio Popolare risiede proprio nell’assetto proprietario: è una SpA il cui azionista di maggioranza è una cooperativa di lavoratori, cioè noi. Deteniamo circa il 35% delle quote. Il resto delle azioni appartengono agli ascoltatori che le hanno comprate. Per cui siamo inattaccabili: se Berlusconi, per fare un esempio, ci volesse mai comprare, dovrebbe mettersi a rastrellare le azioni una a una».

Con un assetto simile come viene decisa la linea editoriale, chi tiene e fa quadrare i conti?
«La Coop ha un proprio consiglio di amministrazione, in assemblea vengono assunte le grandi decisioni, gli indirizzi. Il nostro bilancio è semplicissimo: contiamo su due entrate, la pubblicità e gli abbonamenti degli ascoltatori. Da gestire in uscita c’è la voce principale, che è il costo del lavoro. Non abbiamo profitti. Gli abbonamenti sono una sorta di canone che noi chiediamo agli ascoltatori, circa 15.000 affezionati che ci versano tre rate l’anno da circa 40 euro. Io dipendo totalmente, per il mio stipendio, dagli ascoltatori che decidono di pagare perché ritengono di ottenere da noi una informazione che altrove non trovano. Il mio supervisore che è l’utilizzatore finale: trovo sia un bel sistema».

La crisi vi ha messo in difficoltà?
«Indubbiamente: una delle due entrate principali, la pubblicità, si è prosciugata. Siamo in una fase complicata ma non tale da mettere in discussione la vita della radio. Peraltro, tutti quelli che lavorano qui accettano di non essere pagati col contratto giornalistico, che costa troppo».

Non è una pubblicità per l’ordine nazionale…
«Ma è la verità: questa è una delle ingiustizie del sistema informativo italiano. Il contratto nazionale è troppo oneroso, crea disuguaglianze e i risultati, soprattutto in tempi di crisi come questo, si vedono».

Anche gli editori non aiutano: non hanno (o non spendono) soldi per assumere o trattenere giornalisti. Anche per gli inviati ci sono sempre meno risorse…
«Credo che, prima o poi i giornali, dovranno ricominciare a farsi concorrenza. Dovranno tornare a confrontarsi e confezionare una merce, per così dire, che sia il più accattivante possibile. Oggi capita l’opposto: se c’è un evento importante all’estero, quasi sempre gli inviati raccontano più o meno le stesse cose. Manca un modo originale di vedere e di raccontare. Uno come me, che continua a fare l’inviato, quando parte sa che dovrà produrre immagini, foto, video, un servizio audio per radio e pure dei testi scritti. Perché, altrimenti, non si riesce a stare sul mercato. Sappiamo che fare i giornalisti per la carta o per la tv comporta modi di lavorare molto differenti, ma ormai bisogna essere disposti e capaci a imparare di tutto».

Esiste ancora una strada per formare un giovane giornalista, tanto più con l’aspirazione a diventare inviato?
«Secondo me un giovane deve predisporsi a lavorare eliminando dalla propria mente i cliché, i luoghi comuni. Una volta padroneggiati gli strumenti tecnici, la macchina da presa, le fotografie, la scrittura deve muoversi subito. Bisogna informarsi, studiare, e quando si conosce la storia del luogo che si va a visitare si può viaggiare con curiosità e apertura mentale, elementi fondamentali per un racconto originale. Certo, talora è difficile farlo: a me è capitato spesso di dover raccontare cose scabrose e poco conosciute, ma l’ho fatto grazie alle testimonianze sul posto, che spesso raccontano cose diverse rispetto ai cliché. Senza allontanarsi troppo, anche nelle nostre città ci sono aspetti che andrebbero raccontati uscendo dai soliti schemi: penso, per esempio, alle comunità cinesi delle nostre città».

Hai scritto molto di Africa. Anche il prossimo libro sarà dedicato al sud del mondo?
«Sì, è un libro che uscirà in primavera. Sarà dedicato non solo alla Nigeria, un Paese che ho seguìto con particolare affezione, ma anche ad altri Stati. Parlerà della penetrazione islamica in Africa, di faccende economiche, delle guerre nel sud Sudan…»

Trovi che si parli a sufficienza di quella porzione di mondo?
«Al contrario, ritengo che l’informazione sia gravemente insufficiente. Ma non solo l’informazione: esistono fior di libri che escono all’estero e che nessun editore italiano decide di tradurre. Ci sono grandi scrittori africani che in Italia non vengono neppure considerati. Come Ken Saro-Wiwa, di cui ricorrerà il ventennale della morte nel 2015: la sua produzione letteraria fu sterminata e di qualità straordinaria, eppure in Italia si trovano sì e no due o tre titoli».

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