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Raccontare le storie: come? Il caso Ruanda

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Un resoconto di Rosita Ferrato dell’incontro Il nuovo storytelling nel videogiornalismo: il caso Ruanda al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia, con Giordano Cossu, Mario Calabresi e Domenico Quirico.

Il lavoro di Giordano Cossu, freelance che ha presentato un reportage “interattivo” sul Ruanda a un ventennio dal genocidio nel Paese africano (il documentario si intitola Ruanda, ritratti del cambiamento 20 anni dopo), ha favorito il dibattito sui diversi modi di fare giornalismo. L’incontro si è intitolato infatti: Il nuovo storytelling nel videogiornalismo: il caso Ruanda. Quale mezzo deve utilizzare il reporter di oggi, il telefono ultimo modello o il taccuino, come una volta? Cosa significa raccontare l’uomo e le storie di luoghi in cui gli smartphone non sembrano essere il mezzo migliore di lavoro?

Domenico Quirico, l’inviato di guerra sequestrato in Siria nel 2013 e liberato dopo mesi di prigionia, ha risposto così: «Vent’anni fa, la vicenda del Ruanda ha cambiato il mio rapporto – come giornalista, ma specialmente come uomo – con quello che mi sta intorno, nel senso che là ho scoperto che in questo mestiere, con qualsiasi mezzo lo si faccia (la matita, la macchina da scrivere, il computer, gli strumenti straordinari di oggi) la cosa fondamentale è e rimane l’esistenza di un rapporto etico, morale con le persone che racconti. Se fai bene o male questo mestiere o se smetti di scrivere – il peccato più grande spesso è l’omissione, non l’azione – esiste un rapporto diretto fra ciò tu descrivi, in qualsiasi modo tu lo faccia, e la vita di coloro che tu racconti, il loro destino, la vita e a volte anche la morte».

Domenico Quirico

«Il problema del reportage – continua Quirico – non è di tecnologia, ma di rapporto con le persone che entrano nel tuo raccontare. Raccontare non è una tecnica: è passione, curiosità, paura, gioia, condivisione della speranza con coloro di cui racconti. Ci sono luoghi dove non solo non è possibile portare con sé delle tecnologie, perché dopo due minuti sei morto, derubato o arrestato, ma dove non è possibile neppure andare a raccontare. Perché è troppo pericoloso, perché è vietato all’occidentale o al giornalista anche solo con l’atto fondamentale del raccontare, che è l’atto del vedere. E siccome non esistono tecniche del racconto – esiste solo un modo, ed è quello di scrivere una storia umana sul giornale, con qualsiasi metodo si lavori – la sola maniera che si ha per lavorare è immergersi nel racconto con gli occhi, con le orecchie».

«È come buttarsi in un pozzo. Non c’è altro sistema per raccontare le cose. Immergersi nel pozzo, che è la realtà, e in apnea andare fino in fondo, fin dove puoi, fin dove riesci senza essere ammazzato o catturato. E poi torni indietro portandoti addosso, sulla pelle, tutto quello che puoi, e quello diventa il tuo racconto. Le scorie, quello che ti sei portato dietro, in qualsiasi modo: filmando, fotografando, o semplicemente raccontando con le parole».

«Quello che porto dal pozzo, lo trasformo in parole. L’unica cosa che non posso fare, non devo mai fare, è restare sul bordo del pozzo e guardare giù, perché il mio riflesso non è la realtà, è una realtà falsa. Che la magia del giornalista resti la trasformazione, delle vicende, delle storie, dei luoghi, in parole: perché il linguaggio giornalistico è qualcosa di unico. Nella sua finitezza, nel fatto di essere così drasticamente temporaneo, già morto nel momento in cui è composto, sta la sua unicità: ogni giorno, ogni volta, scrivendo per un giornale, devo ricomporre la mia verità, perché quello che ho scritto ieri non ha più senso, è già vecchio. Allora, tutte le volte devo ritornare alla magia di quel racconto, e in questo sta l’avventura straordinaria del giornalismo». 

A questi pensieri ha replicato il direttore della Stampa, Mario Calabresi: «Ciò che mi sta a cuore è mostrare come esistano vari modi e possibilità, oggi, di raccontare la realtà. Conviene uscire dalle ideologie per cui esisterebbe solo un modo tradizionale e antico con diritto di esistenza, mentre gli altri modi sarebbero delle deviazioni; oppure, all’opposto, che esista solo un modo per raccontare storie, multimediale, nuovo, e che tutto il resto sia da archiviare come cosa vecchia. Per fortuna sono in pochi a riproporre ancora un vecchio dibattito, che contrappone la carta al web, non capendo che il giornalismo è uno, e che le sue declinazioni sono tante. Oggi è importante capire che esistono linguaggi diversi – che non necessariamente parlano a pubblici diversi, perché questa si rivela spesso una tesi non vera – che rispecchiano situazioni diverse».

Quando, in redazione, abbiamo distribuito degli smartphone, organizzando un breve corso per utilizzarli, ne è stato dato uno anche a Domenico Quirico. E ci siamo domandati: vedremo se lo utilizzerà. Lui stava partendo per il Mali. quando tornò gli chiesi se avesse filmato qualche video, o se avesse registrato un audio, se avesse fatto delle fotografie, e lui mi rispose: “Mi sono travestito da tuareg! Su una jeep insieme ad altri tuareg, era prima della guerra. Ero travisato, perché se avessero scoperto che ero occidentale, sarei finito male. Se avessi tirato fuori uno smartphone, immediatamente me lo avrebbero fregato e avrei fatto una brutta fine; nessuno avrebbe accettato l’atto di essere ripreso, fotografato, registrato; ma poi, avrei svelato che non ero un tuareg, perché non si erano ancora visti i tuareg, in Mali, con in mano degli smartphone alti una spanna”. Raccontandomi questo, mi ha chiarito perfettamente come le storie fossero diverse. Quirico è andato poi in Somalia, nei quartieri non controllati dai governo; anche lì, rispetto ai suoi racconti, pensavo: ecco, mi mancano le immagini. Ma il punto è che quelle immagini non erano compatibili con la sua presenza: il massimo della presenza possibile poteva essere il suo occhio. Il gesto fondamentale, l’unico possibile, era quello di osservare e, poi, di tradurre quello che era stato osservato. Quello che cerchiamo di fare a La Stampa è riuscire a tenere insieme registri completamente diversi, riconoscendo a ciascuno una sua forte e unica specificità».

 

 

 

 

 

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