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Raccontare il mondo: Imarisio, Rochot e lo sguardo dell’inviato

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Marco Imarisio, Eri Garuti, Philippe Rochot

Come si racconta la guerra? E com’è cambiato il reportage, in particolare di guerra, nel corso del tempo? «La vocazione del giornalismo di guerra oggi è minacciata dalla restrizione della libertà di stampa nel mondo: la mancata protezione dei reporter rende inaccessibile il teatro di molti conflitti, con la conseguente assenza di informazione per l’opinione pubblica. Raccontare ciò che accade in quei luoghi significa esporsi ad aggressioni, intimidazioni, violenze: secondo le stime di Reporter senza frontiere, dall’inizio del 2018 sono stati uccisi almeno 14 giornalisti, 4 blogger e 2 collaboratori dei media». Così Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei Giornalisti, spiega il senso dell’incontro Come il giornalismo racconta la guerra, realizzato a Torino il 30 maggio assieme alla Maison des Journalistes, l’Ordine dei giornalisti del Piemonte, all’Associazione Stampa Subalpina e l’Alliance Française. Al tavolo dei relatori i giornalisti Marco Imarisio, inviato del Corriere della Sera, e il reporter francese Philippe Rochot, moderati dalla giornalista RAI Eri Garuti.

Philippe Rochot per la radio e la televisione francese ha coperto gli avvenimenti più significativi degli ultimi 40 anni: i suoi scatti spaziano su tutti i più importanti avvenimenti del Medio Oriente: dalla guerra del Kippur alle rivolte arabe in Egitto e Tunisia. Nel 1986 in Libano è stato per 105 giorni ostaggio del gruppo terroristico OJR. Ogni sera la sua redazione mostrava la sua foto su Antenne 2, in apertura del telegiornale. «Non pensavo di tornare indietro – dice Rochot –, temevo che mi avrebbero giustiziato. Nessuno era mai stato liberato. Sono stato liberato dalle forze siriane e ho anche dovuto ringraziare Hafiz al-Assad il padre di Bashar al-Assad».

Nel tempo la professione si è modificata seguendo le trasformazioni sociali, politiche e tecnologiche: «Il problema principale negli anni ’70 – dice Roshot – era aggirare la censura e inviare i servizi a Parigi. Bisognava passare tramite le televisioni locali, foto e video erano quindi controllati prima di essere spediti. Ora, con Internet e i satelliti, è possibile mandarli direttamente. È possibile parlare con la sede centrale anche dal cuore del deserto libico. Certo questo è positivo, ma anche negativo perché c’è più pressione, si deve lavorare molto più velocemente, un reportage fatto al pomeriggio può essere pronto per essere pubblicato in poche ore, però manca il tempo per l’analisi».

Le differenze non finiscono qui: «Negli anni ’70 non si usavano i giubbotti antiproiettile o i caschi di protezione, ora invece è obbligatorio». Nelle immagini di Rochot scorre la storia degli ultimi decenni: la rivoluzione iraniana, la lunga guerra tra Iran e Iraq «in quel caso non c’erano permessi per i giornalisti francesi, era difficile seguire la guerra perché potevi essere scambiato per un giornalista americano o arabo e anche in questo caso c’era la censura che bloccava immagini e servizi in cui si parlava di armi chimiche».

«La guerra che vediamo oggi nei reportage non è più una guerra di prima linea – aggiunge Marco Imarisio – con il sangue, le esplosioni. È fatta sempre più da lontano: dagli ospedali, con i soldati feriti o con i discorsi dei politici. La mia prima esperienza di guerra è stata il Kosovo, poi l’11 settembre, l’Afganistan, l’Iraq, la cattura di Saddam Hussein. Ho cominciato ad avere dei dubbi sul giornalismo di guerra quando sono cambiate le regole di ingaggio. Prima eri più libero di muoverti, poi eri diventato tu stesso un bersaglio. Ora ci si interroga sul senso di stare in un paese nel quale magari non ci si può nemeno muovere dall’albergo». È il limite del giornalismo “embedded”, al seguito di un esercito, nel quale bisogna sottostare alle regole decise dalle gerarchie militari. A volte però questo è l’unico modo per poter fare il proprio lavoro in sicurezza. L’alterntiva è essere un freelance, con tutti i rischi che questo comporta.

«Non è necessario essere per forza in prima linea per fare un buon giornalismo – commenta Rochot – e quando lo sei non devi dimenticarti di essere al seguito di una delle due parti, quindi è necessario che un altro inviato copra l’altra parte, per garantire l’equilibrio e l’obiettività del racconto».

Philippe Rochot, reporter ostaggio in Libano per sei mesi

Ciò che conta, secondo Imarisio, è “trovare la chiave” per raccontare ciò che si è visto: «bisogna avere una chiara conoscenza della situazione – dice – non solo nel giornalismo di guerra, ma sempre, anche nella cronaca. È importante rendersi conto di quello a cui si assiste. Solo così si riesce a riportarlo con una chiave di lettura personale, diversa dal flusso delle informazioni generali che ci cadono addosso». Capire il paese in cui si sta andando è difficile, ma importantissimo, anche secondo Eri Garuti: «Se hai delle scadenze brevi ovviamente è più difficile preprararsi bene, leggere abbastanza da capire il paese e la situazione in cui si sta andando, però è comunque fondamentale. L’inviato ha un punto di vista privilegiato, perché è lì, sul posto, ha la possibilità di immedesimarsi meglio di chiunque altro nella situazione di un paese e spiegarla ai suoi lettori».

E le foto? Le foto hanno un ruolo centrale, simbolico, raccontano da sole un’intera storia e a volte il fotoreporter cade nella tentazione di “abbellire” la realtà, dice Eri Garuti, come mettere un pelouche sulle macerie per simbolizzare la morte o fotografare scene molto cruente. Quale giudizio dare rispetto a queste scelte? «Si impara che non è necessario riportare tutto quello che si vede, indulgere nei particolari più macabri – dice Imarisio – basta anche meno per dare il senso della guerra. Ci deve essere un filtro. Non si “abbellisce” la foto o la notizia. Ci siamo chiesti tante volte, in tanti dibattiti, se fosse il caso o meno di pubblicare certe foto, se servissero davvero a capire meglio una questione, dalla foto del piccolo Aylan, all’attentato al Bataclan o a Charlie Hebdo».

Tra i tanti cambiamenti della professione vi sono anche quelli legati alle nuove tecnologie, al fatto che chiunque possa trasmettere immagini, video, notizie con il proprio smarphone e che anche il pubblico abbia cambiato modo di informarsi e di rapportarsi alla fruizione delle notizie. «Il giornalismo diffuso per me è documentazione – dice Imarisio – può andare bene nel caso di un’alluvione, di un fatto di cronaca, quando ti trovi nel posto giusto e riprendi con il telefonino quello a cui stai assitendo. In altri paesi ci sono lavori fantastici che integrano questo genere di documentazione con il giornalismo, in Italia ancora no».

«Il nostro ruolo è quello di raccontare ciò che accade nel mondo attraverso un giornalismo responsabile – dice ancora Rosita Ferrato – non ricercando il sensazionalismo, né alimentando lo scontro, ma provando a dare alle notizie un taglio che contribuiscano a promuovere una prospettiva di pace. Perché i media non si trasformino in “armi di disinformazione di massa”, ma siano a servizio di una cultura della pace».

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