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Quando il giornalismo è disegnato

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Quando sei perso nel mare delle informazioni serve una mappa, parola di David McCandless. Guru del data journalism, scrittore e designer McCandless ha scritto per il Guardian, Wired e molti altri e tiene regolarmente corsi e conferenze sia in Europa che negli Stati Uniti in cui parla di dati, creatività, design, data story-telling con esempi che spaziano dalla tecnologia alla scienza, dalla comunicazione, alla politica, alla cultura.
Si definisce “un data journalist e un designer dell’informazione”. Ma esattamente che cosa significa?
«Una mia passione è visualizzare informazioni, fatti, dati, idee, problemi, statistiche, domande, in grafiche che chiunque possa capire. Mi interessa come le informazioni presentate sotto forma di grafica possano aiutarci a capire il mondo, eliminando le notizie false e rivelando le connessioni nascoste, i modelli e le storie che vi sono dietro. Oppure si possono solo guardare anche solo perché sono cool!»
Ultimamente infografiche e data journalism sono stati criticati per non aver saputo cogliere (come anche altri media) ciò che sarebbe successo in casi limite come la Brexit o la vittoria di Donald Trump (The Upshot, sito del New York Times o FiveThirtyEight, dell’analista Nate Silver davano Hillary Clinton vincente fino alla vigilia delle elezioni).
«Si è creata una grande aspettativa sui Big Data – continua McCandless – perché siamo sempre più consapevoli del loro potere e li crediamo infallibili. Sono diventati la nuova religione. Ma è una trappola credere che tutto quello che è “dati” sia vero: sono manipolabil, interpretabili. E a programmare i computer restano comunque sempre le persone».
Il lavoro di un data journalist non è necessariamente “lineare”: «Lavorare con tecniche quali lo scraping e il data mining, cioè estrarrre e setacciare algoritmi su un tema o l’altro e trovare le correlazioni, mi fa scoprire quanti pregiudizi abbiamo – spiega ancora McCandless – . Spesso i risultati mi costringono a cambiare la direzione della ricerca anche in maniera molto radicale.
Ogni tavola mi porta dove non mi sarei aspettato».
E le sue tavole portano davvero dappertutto: dall’analisi di quali malattie sono correlate con l’origine geografica delle persone, il sesso e caratteristiche fisiche, alle soluzioni possibili rispetto ai cambiamenti climatici, alle più comuni “leggende metropolitane” di tutto il mondo, fino ad arrivare alla mappa che raccoglie tutti i primati paese per paese e, per quanto strano, pare che l’Italia primeggi nella produzione dei kiwi.

La lettura della realtà, delle storie, dei collegamenti tra le cose e le persone, tra gli avvenimenti e le idee, si colora così di un’infinita combinazione di icone: codici numerici, file excel, tabelle e proiezioni si trasformano in rappresentazioni a colori del mondo che ci circonda e il colpo d’occhio incanta come un quadro d’autore.
Per chi vuole saperne di più i manuali di McCandless, Information Is Beautiful (disponibile anche in italiano col sottotitolo Capire il mondo al primo sguardo, BUR edizioni) seguito da Knowledge Is Beautiful, sono pubblicati in molte lingue tra cui cinese, tedesco, francese, coreano.
«Resto convinto che l’applicazione migliore dell’infografica sia il giornalismo puro». La pensano così anche colossi dell’informazione come il New York Times o il Washington Post o Buzzfeed che stanno investendo ingenti somme in questo settore.

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