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Quando il buon giornalismo abbatté il Colosso

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Phillip Knightley (1929-2016)
Phillip Knightley (1929-2016)

Il suo nome non dirà niente a nessuno ma Phillip Knightley, il reporter australiano migrato in gioventù in Gran Bretagna e morto a inizio dicembre 2016, è stato tra i protagonisti di una delle più rischiose, coraggiose ed efficaci campagne di stampa mai pensate nei tempi moderni. Una lotta vinta contro un nemico pressoché onnipotente: l’alleanza tra il potere politico conservatore britannico e un colosso industriale da 4 miliardi di sterline, la compagnia The Distillers, proprietaria di marchi come il gin Gordon’s e Johnny Walker. Quello di Knightley e della sua squadra è un fulgido esempio di buon giornalismo che oggi, nell’era del clic veloce e dell’indignazione che svapora in una giornata, continua a fare scuola. E indica, forse, una via di salvezza per il giornalismo: lavorare con competenza e passione, prendersi i tempi giusti, perseverare.

L’argomento di quella vicenda clamorosa fu il Talidomide: una molecola sconosciuta, vivaddio, alle nuove generazioni ma tragicamente famosa a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Il farmaco era stato sintetizzato da un’industria chimica tedesca, la Chemie Grünenthal: documenti scoperti recentemente indicano che il principio attivo, probabilmente, era già stato sperimentato nei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale. L’azienda, tuttora attiva, lo nega risolutamente e sostiene che il talidomide venne scoperto e commercializzato non prima del 1954. Non per nulla,  tuttavia, la storia di questo tragico medicinale è anche nota come “l’ultimo massacro nazista”.

Il talidomide venne venduto per anni in tutto il mondo e spacciato come ottimo -lo era, in effetti – sedativo e anti-nausea: un sogno, soprattutto per tante donne in gravidanza. Ciò che non si era previsto – o, come poi accertato, ciò che era stato sottovalutato e negligentemente ignorato – era che la molecola potesse penetrare la membrana placentare, creando danni devastanti al feto. Accadde così che migliaia di bambini (circa 20.000 in tutto il mondo) nacquero con  con gravi alterazioni congenite, soprattutto assenza degli arti o vari gradi di focomelia (cioè riduzione delle ossa lunghe).

Harold Evans, direttore del The Sunday Times (1967-1981)
Harold Evans, direttore del The Sunday Times (1967-1981)

Della questione si occupò Harold Evans, direttore del The Sunday Times dal 1967 al 1981.  Evans, già titolare di campagne stampa per l’abolizione della pena di morte basate su un clamoroso caso di errore giudiziario, si rese conto che quei poveri genitori, indifesi e straziati da quelle nascite, non godevano di alcun tipo di protezione. Anzi: ai tempi, una legge liberticida in vigore nel Regno Unito vietava di parlare di qualunque materia fosse oggetto di un procedimento giudiziario civile ancora in corso: e le richieste di risarcimento avanzate da qualche nucleo familiare, paradossalmente, finivano col favorire l’azienda distributrice del talidomide. Forti di un fatturato mostruoso, grazie alle vendite mondiali delle sue marche di scotch whisky, i vertici di The Distillers tentarono di chiudere la partita con le vittime versando poche sterline, minacciando nel contempo di ritirare la loro pubblicità dal Sunday Times e arrivando, addirittura, a ottenere la temporanea sospensione dell’affidamento di una bambina focomelica al padre, mister David Mason, uno dei pochi uomini che rifiutarono l’accordo-farsa. Mason, forte di una posizione professionale di prestigio, non si era fatto ingolosire dalla squallida offerta economica e intendeva battagliare per ottenere un equo indennizzo per i danni del Distaval (il nome commerciale della medicina in Gran Bretagna).
Qualche mese fa, un bel documentario dal titolo Attacking the Devil (Attacco al Demonio) ha raccontato la storia di Evans e del team investigativo, denominato “Insight”, che il direttore mise in piedi per dare una spallata all’omertà, mentre il ministero della salute diretto dal terribile conservatore Enoch Powell negava ogni supporto o validità alle teorie colpevoliste e la magistratura minacciava azioni legali nel caso in cui il giornale avesse violato la legge sul silenzio durante le pendenze giudiziarie.

Senza Internet, senza social media, senza il florilegio di dirette in streaming, il Sunday Times costruì comunque una campagna stampa martellante, straordinaria per qualità e per coraggio, iniziata nel disinteresse generale del pubblico e proseguita in un clima ostile: molti credevano che Evans sfruttasse il dolore delle vittime per vendere copie e la stampa nazionale concorrente difendeva la posizione dell’azienda imputata, ritenendo peraltro il caso limitato a pochissime famiglie. Finché il team non entrò in possesso di documenti che dimostravano la consapevolezza della Chemie riguardo ai pericoli di quel farmaco e riuscì a coinvolgere le centinaia di padri, madri e figli colpiti da quella drammatica ingiustizia.

Camminando sul filo della legalità, con pressioni inimmaginabili e attriti con l’editore, Evans e i suoi cronisti finirono per piegare il consiglio di amministrazione di The Distillers. Riuscirono addirittura ad aggirare la norma che prevedeva una prescrizione di tre anni per il risarcimento dei danni, legge che aveva tagliato fuori la gran parte degli aventi diritto dalla possibilità di intraprendere azioni legali contro i proprietari del marchio Distaval, rivolgendosi alla Corte europea per i diritti umani. Le famiglie, finalmente, ottennero un equo indennizzo per i danni provocati da una condotta eticamente censurabile e colpevolmente spregiudicata. La multinazionale Diageo, che ha acquisito l’azienda da tempo e nulla ha a che fare con la tragedia del Talidomide, ha appena finanziato con ulteriori 45 milioni di sterline un programma socio-assistenziale che, dai primi anni Ottanta, si occupa di dare sollievo e di offrire adeguata copertura sanitaria alle famiglie con “bambini Talidomide”. Phillip Knightley, Elaine Potter, Bruce Page, Godfrey Hodgson e Marjorie Wallace hanno scritto, insieme ad Harold Evans, una pagina storica della storia di questo mestiere. Con gli strumenti di un buon giornalista: il fiuto, la passione, il lavoro, il pensiero al bene comune. Funzionerebbero ancora oggi.

 

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