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Privacy, riservatezza e oblio: perché dimenticare?

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Michele Partipilo, caporedattore centrale della Gazzetta del Mezzogiorno ed esperto in diritto dell’informazione, in un incontro di formazione per giornalisti aiuta a chiarire le idee sui confini della privacy e sulle nuove norme del diritto all’oblio. 

oblioIl diritto alla privacy nasce negli Stati Uniti nel 1890 ed è proprio un giornalista a introdurlo. Stanco di leggere di sua moglie nelle cronache rosa, si inventò il diritto a essere lasciati in pace, un principio che arriverà successivamente anche in Europa.
La prima distinzione, spiega Michele Partipilo, è tra diritto alla privacy e diritto alla riservatezza. Quest’ultimo riguarda il giornalismo ed è diritto di rango costituzionale, per cui molti articoli vietano l’ingerenza di una terza persona nella nostra vita privata, ad esempio il domicilio, che non può essere violato. Il diritto alla privacy invece è più ampio: contempla non solo l’ingerenza nella vita personale, ma il diritto del soggetto a controllare la sua proiezione sociale attraverso i dati personali.
“É una distinzione importante, che segna la linea di demarcazione fra l’Europa e gli Stati Uniti: in Europa si è più attenti a evitare ingerenze e l’uso dei dati personali, mentre negli Usa la legislazione è meno attenta. In Italia, la legge sulla privacy 675/1996 venne fatta in gran fretta per aderire alla legislazione europea, e l’ultima versione è la 196/2003, dove esiste un capo sui diritti del giornalista in conflitto con il diritto alla privacy. L’innovazione è la nascita del codice di deontologia, 13 articoli, dove per il giornalista esiste l’eccezione, perché nel rispetto di alcuni parametri non ha bisogno del consenso del soggetto di cui sta trattando e può utilizzare sia dati sensibili sia dati personali, cioè quei dati che portano all’identificazione di una persona.”
Il giornalista, chiaramente, deve osservare alcuni obblighi: pertinenza (essenzialità dell’informazione), correttezza, non eccedenza (non scrivere in più rispetto all’essenziale), liceità (notizie raccolte in modo corretto), esattezza, privacy (diritto del soggetto a essere lasciato in pace); e tutti gli elementi devono essere indispensabili per comprendere una data notizia, anche se sono dati sensibili: sesso, religione, appartenenza politica e razziale; sono i dati più protetti e che più custodiscono la vita intima di una persona, ma il giornalista può trattarli se essenziali alla comprensione di un fatto. Esempio: di un morto in un incidente stradale non è utile sapere che, 20 anni prima era, iscritto alla Dc; è un dato sensibile, ma non ha senso rivelarlo perché non è indispensabile alla comprensione della notizia. Altro esempio: in un tafferuglio fra varie componenti politiche, viene coinvolto un giovane iscritto al Pd: questo si può pubblicare, perché spiega la natura della notizia. A seconda del contesto, un’informazione è infatti essenziale o meno.

Diritto all’oblio: ovvero diritto a essere dimenticato. Oblio, dal latino oblivium: la radice riporta allo scolorire, diventare oscuro. Per i greci il Lete era il fiume dell’oblio, dove si immergevano le anime dei morti per reincarnarsi senza memoria. Lete da lautano, nascondere, e anche parola greca per indicare la verità, ovvero ciò che è nascosto. Oblio e verità hanno la stessa origine semantica, ma per il giornalista sono due direzioni diverse: la verità è sempre in contrasto con la cancellazione della memoria. Oblio non significa amnesia, ma cancellazione permanente.

Anche in questo caso, Europa e Stati Uniti sono in dissenso. Per gli Stati Uniti, il diritto all’oblio è visto come in contrasto con il diritto di informazione, che è sacro e contenuto nel primo emendamento della Costituzione; quindi non è applicato. In Europa, invece, il diritto all’oblio ha un suo riconoscimento che va crescendo, ritenendosi che quando un fatto non ha più alcuna attualità deve essere dimenticato, e non restare eternamente sulla rete. Negli Stati Uniti si afferma che cancellando i dati del passato, si demolisce la storia; la cancellazione dei dati quindi non avviene, e infatti ad esempio Google non cancella nulla: le informazioni sono tutte presenti, magari solo più difficili da reperire, ma ci sono; per cui quando clicco sulle informazioni di una persona trovo il passato e il percorso fatto, ripristinando l’identità personale, e questo per la mentalità diffusa in Europa pone dei problemi.

Perché dimenticare? In questo caso è fondamentale il concetto di identità personale, ovvero il diritto di vedere riconosciuta l’immagine pubblica della persona per quello che è, la sua proiezione sociale, l’elemento mediato fra la sua aspirazione e quella che è la realtà; fra i due estremi c’è una zona intermedia che è come la società la vede. È qualcosa di instabile, che va costruito, e il giornalista può incorrere in violazioni dell’identità personale.
Ad esempio, un personaggio ha il diritto di rivedere l’intervista, di correggerla, di ritirarla. L’intervista infatti non è un fatto pubblico, come ad esempio un comizio, di cui il giornalista ha il diritto/dovere di dare conto; il soggetto ha il diritto di vedersi rappresentato in quell’intervista come lui desidera, e se il ritratto non gli piace, può ritirarla o correggerla.
Esistono una serie di diritti che afferiscono al bene-persona; il diritto all’oblio nasce dal fatto che alcuni elementi non sono più di attualità e non rappresentano più quella stessa persona come è oggi.
Un esempio: un rapinatore che ha scontato pienamente la sua pena può chiedersi perché le notizie relative al suo passato debbano rimanere in giro. Il problema si pone più che mai oggi con internet, perché prima le ricerche si custodivano negli archivi personali dei cronisti che potevano gestirli e controllarli (ognuno aveva un archivio personale e lì si vedeva quello più in gamba degli altri). Oggi, una notizia può durare in eterno.

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