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Press freedom

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Il Festival internazionale del giornalismo ha celebrato la giornata mondiale della libertà di stampa con un panel di testimonianze dirette, dal Messico alla Turchia, passando per l’Egitto e l’Italia, e con la proiezione del documentario “Killing the messenger. Il costo mortale delle notizie” di Eric Matthies.

Un primo pensiero è andato ai 20 giornalisti, di cui 4 stranieri, di Al-Jazeera sotto processo in Egitto, accusati di far parte di un gruppo terroristico, a cui è stata vietata oggi la libertà su cauzione. “Continuerà il loro processo, ma dobbiamo essere consapevoli che la sicurezza per la libertà di stampa si sta deteriorando rapidamente“, ha denunciato Hannah Storm, direttrice dell’Insi, l’International News security Institute, un’organizzazione che offre formazione in tema di sicurezza ai giornalisti inviati di guerra.

E proprio dall’Egitto arriva la prima testimonianza, quella della giornalista freelance Laura Cappon, che vive al Cairo, dove collabora con diverse testate italiane. “È la giornata ideale per parlare di un processo che coinvolge giornalisti stranieri. È la prima volta che in Egitto dei reporter stranieri sono accusati di aiutare i fratelli musulmani e di collaborazionismo con organizzazioni terroristiche. Ma è solo la punta di un iceberg di una situazione che vede ormai tutti gli operatori della stampa a rischio. La campagna per il consenso dei militari ha portato a una fobia generale”.

Un rischio che coinvolge tutti e che porta i reporter a cambiare il modo di fare il proprio lavoro.
Lo sa bene Yavuz Baydar, giornalista turco da oltre 35 anni e co-fondatore di P24, Platform for indipendent journalism, una piattaforma per monitorare i media turchi. “Gli elementi che permettono alla stampa di essere libera sono la sicurezza, la diversità, il pluralismo e l’indipendenza. In Turchia non abbiamo avuto problemi con il pluralismo, ma se andiamo ad analizzare gli altri punti, come l’indipendenza e la libertà, ci troviamo invece di fronte a condizioni molto gravi: sono frequenti pratiche e sanzioni contro i giornalisti, come i licenziamenti ingiustificati, che vanno ad attaccare l’integrità del giornalista che difende il proprio lavoro”.

Non assistiamo alle minacce al giornalismo solo in contesti di guerra e, in Italia, ne siamo testimoni diretti. “I giornalisti vengono minacciati di morte. Questo perché i mafiosi credono nell’informazione e sanno che può far aprire gli occhi alle persone. I potenti – spiega Lirio Abbate, giornalista de L’Espresso – quando non possono controllare le pallottole, usano l’intimidazione e gli strumenti legali: usano citazioni civili in cui chiedono milioni di euro di risarcimento. Sono arroganti professionisti del business e sanno usare la giustizia. Gli editori forti vanno avanti a difendere i propri giornalisti, perché sanno che possono vincere, ma i piccoli giornali non ce la fanno, fanno marcia indietro e il giornalista con loro. Perché il rischio di dover risarcire l’uomo di cui si è scritto è troppo grande. Si tratta di una forma di autocensura”.

Diego Enrique Osorno, giornalista e scrittore, ci porta dall’altra parte dell’Oceano, in Messico, in uno dei Paesi più pericolosi al mondo in cui fare il giornalista, in cui l’autocensura è diffusissima. Il problema si aggrava perché il 90% degli omicidi e degli attentati ai reporter rimane incensurato. “Dopo ogni assassinio cala una cappa di silenzio, solo pochissimi casi di omicidio sono stati risolti”. Ciò conduce a una totale assenza di visibilità e di informazione nel Paese: il giornalista viene assimilato al potere, viene visto come un uomo politico e questo lo allontana dalla società.

Ma che cosa possiamo fare noi, giornalisti o lettori, per combattere le minacce alla libertà e portare avanti una lotta per l’informazione libera? “Siamo tutti partecipi e coinvolti. Non dobbiamo tutelare la libertà di stampa per il bene del giornalista, ma per poter partecipare anche noi, che non siamo giornalisti, alle notizie”. Eric Matthies è produttore cinematorgrafico e autore, insieme a Tricia Todd, di “Killing the messenger. Il costo mortale delle notizie”, proiettato in serata nell’ambito del festival.

Abbiamo fatto questo film non perché siamo giornalisti, ma perché crediamo nel giornalismo – ha dichiarato. Dobbiamo riconoscere la nostra partecipazione al lavoro dei giornalisti. Riconoscere il rispetto per i giornalisti che coprono le notizie in guerra sarebbe il primo passo: per questo esprimo la mia solidarietà nei confronti di chi fa il reporter”.

 

 

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