Home»Libertà di stampa»Premio Roberto Morrione: dai seguaci di Bannon al coraggio di chi fa inchiesta

Premio Roberto Morrione: dai seguaci di Bannon al coraggio di chi fa inchiesta

0
Shares
Pinterest Google+
(Photo courtesy Andrea Marcantonio e Federico Tisa)

È una bandiera per la tutela dei diritti civili, la video-inchiesta che ha vinto l’ottava edizione del Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo: «L’Ordine Naturale delle Cose» di Giovanni Culmone, Marina De Ghantuz Cubbe, Ludovico Tallarita parte dalla discussa assegnazione della gestione della Certosa di Trisulti, in provincia di Frosinone, al Dignitatis Humanae Institute per la fondazione di una scuola per «gladiatori sovranisti». L’istituto è membro di una rete di associazioni ultracattoliche che in Italia e in Europa è impegnata nella diffusione di idee autoritarie ed è in capo a Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump. In Italia il suo braccio destro è Benjamin Harnwell che da ormai un anno presidia il monastero, suscitando il malcontento degli abitanti, per la volontà di trasformarlo, come ricorda una delle persone intervistate, «da luogo di relazioni a scuola di fascisti».
Con una fotografia particolarmente suggestiva, l’inchiesta evoca un’atmosfera mistica, fatta di silenzi, quasi soprannaturale, a cui fanno da contraltare gli slogan urlati in piazza pieni di risentimento e di chiusura nei confronti di ciò che è differente.

Un premio per la categoria sperimentale è stato assegnato a «Un gioco di società» di Maurizio Franco, Matteo Garavoglia, Ruggero Scotti, che senza rinunciare all’approfondimento ha utilizzato una piattaforma, come Instagram, spesso riconducibile alla semplicità, per analizzare le trasformazioni urbane di Napoli, Roma e Milano, le tendenze in corso e le testimonianze degli abitanti: «un percorso narrativo totalmente nuovo per indagare alcuni aspetti critici degli investimenti immobiliari pubblici e privati», come recita la motivazione della giuria.
In finale anche l’inchiesta «Fiumi di percolato» di Mario Catalano e Vincenzo Pizzuto, che denuncia la presenza di arsenico, oro, mercurio (in percentuali 10 volte i limiti consentiti) nel tratto di costa di Termini Imerese dove le fabbriche Ciprogest e Profineco sono accusate di scaricare rifiuti tossici. Ciò è messo in relazione con la presenza di gravi malformazioni dei pesci e con l’incidenza di tumori della pelle, della vescica e dei polmoni di molto superiore alla media regionale e nazionale: una persona su tre.
Finalista anche l’inchiesta «Mercenari digitali» di Elena Kaniadakis, Lidia Sirna ed Eleonora Zocca, che esplora il legame tra l’azienda italiana Hacking Team, che fornisce servizi di intrusione offensiva e di sorveglianza a moltissimi governi, organi di polizia e servizi segreti di tutto il mondo, e la pervasività di queste tecnologie.  Si indaga sulla possibilità che il cellulare di Jamal Kashoggi e quello di Giulio Regeni siano stati hackerati con uno spyware prodotto da Hacking Team. Hacking Team ha clienti in Egitto, Arabia Saudita, Sudan, Messico, Paesi dove la tutela dei diritti umani non è sempre garantita. Il dubbio è che dietro operazioni di sicurezza anti-terrorismo si celino in realtà operazioni dirette contro dissidenti, come denuncia un rifugiato saudita in apertura della videoinchiesta.

Previous post

Google contro il diritto d'autore: oggi in Francia, domani in Italia?

Next post

Forum donne a Torino: africane, ma anche italiane