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Potere alla parola: la voce di Gian Antonio Stella

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Gian_Antonio_StellaL’ironia sagace è la sua cifra stilistica. E lo sanno bene i giornalisti accorsi all’Unione Industriale di Torino per seguire il suo corso di formazione per giornalisti sulla “Rivincita dell’inchiesta”: nonostante l’orario serale, la platea ha ricambiato le parole di Gian Antonio Stella con applausi e sorrisi, nessuno sbadiglio e molti momenti di ilarità. Al centro del suo intervento la questione del linguaggio: perché l’obiettivo della comunicazione pubblica sembra spesso essere quello di non farsi capire dai destinatari? Apre la relazione citando come esempio L’Aquila del post-terremoto, dove sono stati prodotti 1.109 documenti per la ricostruzione, tra leggi, regolamenti e decreti: un caos di scartoffie “dove la persona per bene affoga, quella non per bene fa affari“, commenta. E cita Tacito: “Corruptissima re publica plurimae leges“, poiché quanto maggiore è la corruzione in uno Stato, tanto più numerose devono essere le leggi che la mascherano, senza porvi alcun rimedio. Il linguaggio burocratico è quello che Stella definisce il “complico ergo sum” e incalza: “Neanche la Crusca conosce certi vocaboli!” Nel codice di comportamento dei dipendenti è stata abolita la necessità di adottare un linguaggio chiaro e comprensibile. Forse allo scopo di ribadire una presunta superiorità dei funzionari rispetto alla “plebe”. Ma questo segna un distacco insanabile tra lo Stato e il cittadino. È quello che già  Max Weber denunciava: “Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni”. La prepotenza del linguaggio, insomma, è un ostacolo alla democrazia. Stella riporta passaggi irresistibili, veri e propri “capolavori legislativi”, contraddizioni da teatro dell’assurdo, come la richiesta di un comune a un cittadino di produrre un autocertificato di morte. Sfiora il ridicolo – o meglio, lo oltrepassa – l’interrogazione parlamentare di un deputato della Lega Nord che denunciava l’irreperibilità di Clarabella tra i gadget offerti nelle confezioni di una nota marca di acqua minerale. Si smette di sorridere se si considera che il “Dossier Clarabella” ha richiesto 637 giorni di lavoro perché fossero compiute tutte le indagini necessarie. Tempo che di certo poteva essere speso meglio. “Le parole sono importanti”, gridava indignato Nanni Moretti in una celebre scena di Palombella rossa. Gian Antonio Stella lo ha riaffermato con altrettanta forza. Perchè si preferisce “elasso” a “scaduto” o “velocipede” a “bicicletta”? La più incredibile delle citazioni che ha riferito, però, è “vagandismo felino” per “gatti randagi”! “Il Padre Nostro ha 56 parole. Il cantico delle creature 242. L’autorizzazione ad allevare cardellini 523. Vi sembra sensato?!“. Il suo intervento sull’uso del linguaggio assume i toni dell’inchiesta nel momento in cui all’incomprensibilità e alla vaghezza delle parole si lega una precisa volontà politica. Ma cosa significa per Stella fare inchiesta? “È molto diversa dallo scoop, richiede un lavoro di costruzione faticoso, prende molto tempo, costringe a leggere molti documenti e a farsi un archivio. Nella tecnica dell’inchiesta sul passato si passa da un documento all’altro, in quella sul presente da un campanello all’altro.” Nonostante tanta dedizione, per un giornalista d’inchiesta come lui constatare che le cose faticano a cambiare può generare frustrazione. “Perdo più battaglie di Maifredi“, scherza. “Ma ho ottenuto alcuni risultati. Ad esempio, anche grazie alla pubblicazione de ‘La casta’ e ad altre inchieste, è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, si è arrivati alla riduzione del senato, all’abolizione dei vitalizi in tutte le regioni“. E a chi gli domanda se abbia ancora senso, oggi, fare il giornalista risponde: “Il giornalismo non è un mestiere finito, sta solo cambiando. Il dubbio è se debba continuare a essere fatto così. I giornali sono vecchi, non catturano il pubblico dei ragazzi. Bisogna cambiare il linguaggio. E  diffidare sempre della retorica. La capacità di fare inchiesta è quello che salverà il giornalismo“.

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