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Più liberi di esprimersi

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Lo scorso primo luglio la Corte Europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha depositato una sentenza destinata a fare giurisprudenza in molti casi similari, almeno per tutti i Paesi che hanno ratificato al Convenzione per i diritti dell’uomo. 

Il caso riguardava un giornalista investigativo svizzero, Arnaud Bédat, cronista del settimanale L’Illustré. Nel 2003 era capitato un tragico incidente sul Grand Pont di Losanna: un automobilista, Mohamed Boudifa, aveva causato (volontariamente) un incidente stradale costato la vita a tre persone, in un’azione che pareva essere stata un tentativo di omicidio-suicidio. Il fatto di cronaca aveva suscitato sdegno in tutto il Paese e la notizia aveva valicato i confini nazionali; in quei giorni il quotidiano pubblicò un resoconto molto critico nei confronti dell’indagato, titolato in maniera indubbiamente forte: «L’interrogatorio del guidatore folle». Nell’articolo si dava conto delle dichiarazioni rese da Boudifa negli interrogatori e si relazionava su alcune lettere scritte dall’imputato al giudice istruttore. Bédat era anche riuscito a scovare dettagli sulla vita dell’uomo, che aveva pubblicato senza censure. 

In conseguenza di quell’articolo, il giornalista era stato oggetto di indagine penale da parte della procura cantonale di Losanna: si accusava Bédat di aver pubblicato atti di indagine ancora coperti dal segreto istruttorio. La vicenda si era chiusa con la condanna del reporter alla pena di un mese di carcere, poi commutata in una multa di 4000 franchi svizzeri (circa 3300 euro). 

Bédat fece ricorso alla Corte di Strasburgo, sostenendo di non aver violato alcuna norma giacché la notizia era di dominio pubblico e che l’interesse prevalente della collettività, in quella determinata circostanza, fosse quello di essere informata sul procedere dell’inchiesta contro Boudifa, per un fatto di sangue che aveva sconvolto l’intera Svizzera (una delle tre vittime dell’incidente era una ragazza incinta). Il giornalista invocava il suo diritto alla libertà di espressione, sancito all’articolo 10 della Convenzione.

Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, cinematografiche o televisive. (Art. 10 comma 1)

I giudici europei hanno esaminato a fondo la vicenda: con tre pareri dissenzienti (secondo i giudici Işıl Karakaş, Helen Keller e Paul Lemmens mancava, nel caso di specie, il requisito dell’interesse collettivo della notizia) la Corte ha stabilito che la condanna di Bédat è ingiusta. Ingiusta innanzitutto perché la procura svizzera non ha tenuto conto, appunto, dell’interesse pubblico all’informazione sui procedimenti penali, essendo la funzione giurisdizionale un comparto del funzionamento di ogni Stato di chiarissima importanza, in ragione dell’impatto sulle vite di ciascuno di noi. Inoltre, pur essendo i giornalisti tenuti a rispettare i propri doveri deontologici, va anche salvaguardato il loro diritto a fare informazione, un diritto evidentemente connesso a quello dei cittadini di riceverla. 

La sentenza evidenzia che Bédat era stato condannato anche per aver violato, secondo i giudici svizzeri, il diritto alla presunzione di non colpevolezza del signor Boudifa (che, peraltro, è poi stato riconosciuto responsabile di quella strage e incarcerato), compromettendo la sua reputazione a processo ancora non iniziato. La Corte ha rilevato che le prime udienze del processo a carico dell’unico imputato per i fatti di Losanna iniziarono nel 2005, a più di due anni dall’incidente, e che quindi quell’articolo non poteva aver violato alcuna prerogativa dell’uomo; comunque, essendo stato il processo affidato a magistrati togati e non a una giuria, era da escludersi un condizionamento a mezzo stampa. 

Anche per quanto riguarda le lettere di Boudifa al giudice (che Bédat era riuscito a fotografare e aveva pubblicato tout court), la sentenza fa chiarezza: l’articolo 10 della Convenzione, al comma 2, protegge non solo il contenuto delle informazioni pubblicate, ma anche il modo in cui esse vengono pubblicate (inclusa, quindi la fotografia di documenti). La sentenza riconosce anche il diritto a utilizzare (soprattutto per la titolazione) delle espressioni forti, che possano attirare il pubblico alla lettura. 

Infine (e questa è una norma spesso ignorata dai giudici nazionali) la Corte di Strasburgo sottolinea che la Convenzione vieta ai giudici nazionali di irrogare sanzioni sproporzionate, a meno che non ricorra una necessità sociale imperativa. Ritenendo che la sentenza svizzera avesse violato anche questa prescrizione, condannando Bédat a versare una somma che poteva fungere anche da deterrente per lui e i suoi colleghi in casi simili (inducendoli magari a rinunciare a fare informazione, per timore di sanzioni) i giudici hanno condannato la Svizzera a rifondere Bédat con 5000 euro

Questa pronuncia, la 56925/08, è destinata a diventare un caposaldo del diritto all’informazione in tutta l’Europa e nei 47 Paesi che hanno sottoscrtitto la Convenzione. 

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