Home»Professione giornalista»Perché non sono “di origine”, ma sono una giornalista e basta

Perché non sono “di origine”, ma sono una giornalista e basta

3
Shares
Pinterest Google+

«Sei stata tu a creare e nutrire uno spazio di informazione sul tema immigrazione o sono stati i media a creare il tuo profilo, di giornalista di origine straniera che si occupa di immigrazione?»
Questa domanda mi è stata rivolta da un alunno di un master sulla comunicazione dell’Università Zohr di Agadir, al quale ero invitata per tenere una lezione sui media italiani e il loro approccio al tema immigrazione,. In verità, dopo i primi anni della professione questa domanda – seppur formulata in maniera diversa – mi si presentava partendo dall’inconscio. Una domanda complessa ma importante, perché apre una riflessione non solo sui nostri canali di informazione ma anche sul mio ruolo in essi e sul modo nel quale vengo percepita, italiana con un background straniero e migratorio. Al ragazzo, dopo qualche istante di riflessione, ho risposto che erano affermativi entrambi i quesiti. Provo qui, e per la prima volta, a fare un passo indietro nel tempo.

Esattamente, torno al 2005 alla mia prima collaborazione con Metropoli, il primo inserto sull’immigrazione di Repubblica, per capire e costruire il mio ritratto e traguardo di oggi, come giornalista alla Stampa. Inizio con il confessare che non avrei mai immaginato di fare la giornalista. In quegli anni eravamo a ridosso dell’11 settembre, io ero tra i banchi dell’università Sapienza nella Facoltà di Lingue e Civiltà Orientali, intenta ad approfondire il mio secondo bagaglio culturale, quello di provenienza. Volevo farlo perché sentivo molte domande intorno a me e rivolte soprattutto a me, in quanto Karima di origine marocchina, con tutto l’immaginario che la cosa scatena. Ero consapevole che non avevo gli strumenti adatti per rispondere. Avevo solo un’intuizione, che quella strada sarebbe servita a me ma anche a un mondo che intorno a me si formava con una narrativa della quale avrei voluto far parte. Come? Non ne avevo una idea precisa. Ma certamente ero interessata alla geopolitica, alla storia, alla cultura e società del Medio Oriente: un interesse che cresceva e si nutriva di perplessità e critica, soprattutto per come veniva raccontato e analizzato nei media. La mia prima esperienza giornalistica con Metropoli  fu quindi del tutto casuale: una giornalista compagna di banco mi parlò di quella iniziativa, si cercavano “seconde generazioni” come me, con la voglia di partecipare al racconto dell’immigrazione. Iniziai occupandomi soprattutto delle comunità musulmane. Era una esperienza unica nel suo genere, perché il mondo dell’immigrazione, fatto di volti, individui e soprattutto storie, entrava con un approccio diverso e nuovo nella narrativa giornalistica e io, come altri colleghi, partecipavamo a questa narrativa provando a far luce su aspetti lasciati ai margini.

Tuttavia, negli anni segnati da questa collaborazione, ho sentito di essere una mediatrice giornalistica più che una giornalista, perché sui profili come il mio una formazione professionale vera e propria non fu fatta, forse per i tempi e i costi che avrebbe comportato. Il mio lavoro, dunque, non poteva non dipendere dal lavoro del collega italiano in redazione. Questa prima esperienza l’ho poi portata a frutto anche attraverso lo schermo, entrando a far parte del Tg1 come consulente della prima rubrica sull’immigrazione “Italia Italie”. Anche in quel caso, con le mie fonti e la mia storia di emigrazione riuscii a far partecipare al racconto giornalistico numerosi volti e storie, perché si sentivano più a loro agio a raccontarsi con qualcuno con il quale condividevano un’esperienza. Mi sentii pure lì una mediatrice giornalistica, con una eccezione: per la prima volta, ebbi la possibilità di apparire nelle varie puntate di questa rubrica attraverso il video, discutendo e approfondendo – seppur per pochi secondi – i temi trattati in puntata. Questa eccezione fu molto importante per me, non solo emotivamente parlando ma anche professionalmente, perché avere un background straniero e di immigrazione può diventare una trappola micidiale soprattutto attraverso il video. Basta un attimo che la propria storia personale di emigrazione e di “diversità” diventi il soggetto principale e non la propria professione come giornalista. In televisione, in questi anni, mi è capitato sovente di essere invitata in diversi programmi anche di approfondimento ma è sempre una battaglia ancora oggi, riuscire a partecipare come giornalista che si occupa di immigrazione, mondo arabo, islam e non come “giornalista di origine marocchina”. Questo problema è la dimostrazione di come lo schermo, in maniera ancora più visibile rispetto ad altri media, non sia ancora pronto ad accogliere alla pari esperienze di migrazione che vadano “oltre”. Avrei anche un’idea, in proposito, per uscirne: provando a trasformare il problema in opportunità. Bilanciare la propria storia personale di emigrazione con il racconto e il dibattito per cui si è invitati a discutere come giornalista. Perché non dovrebbe uscire, per bocca del collega, il riferimento alla mia fede, un fatto che dovrebbe restare privato se siamo in studio a discutere di Isis. Né qualcuno dovrebbe sempre ribadire le mie origini marocchine e la mia storia di emigrazione, quando sono invitata a parlare di un problema in tema di immigrazione: perché non sono portavoce dei migranti o dei musulmani, semplicemente mi occupo di quei temi. Eppure accade sempre, e accade perché non è solo una parte della società italiana a soffrire e ad avere paura del migrante, ma è la stessa informazione a essere restia a fare un passo avanti, è distante dall’idea di accogliere alla pari la professionalità nel momento in cui il giornalista ha un background straniero o migratorio alle spalle. Sembra quasi che in Italia, nell’immaginario collettivo, dalla condizione di migrante non si riesca mai a uscire.

Dunque, consapevole che i media hanno certamente creato il mio profilo di giornalista “di origine straniera che si occupa di immigrazione”, dalla mia parte ho cercato di sfruttare questa opportunità, cercando sempre di riempire quegli spazi di approfondimento per fare poi il mio lavoro. Dal Tg1 mi sono spostata al Sole24Ore, trattando il tema migrazione sotto l’aspetto economico e riuscendo anche a partecipare al dibattito politico, scrivendo commenti ed editoriali. Poi, con l’avvento delle Primavere arabe, iniziai a prendere altri spazi e tornare alla mia prima passione, per la quale avevo portato avanti anche i miei studi universitari. Dal 2016 ho fatto un altro passo con un altro quotidiano nazionale, La Stampa, per il quale scrivo reportage, approfondimenti ed editoriali che spaziano dall’immigrazione alle questioni che politiche migratorie, il rapporto con il mondo arabo, il dibattito sull’islam in Occidente e la complessità della crescita delle seconde generazioni. Quest’ ultima esperienza mi ha ulteriormente reso indipendente, rafforzandomi intellettualmente e professionalmente. La strada è ancora evidentemente molto lunga e a ostacoli, perché i giornalisti con un background migratorio sono una eccezione, non solo nella stampa nazionale. Il passo in avanti dovrebbe essere un futuro dove una Karima, o una Samia, o un Ahmad, diventino non le firme sugli articoli di immigrazione, ma anche quelle di economia, cultura, e politica. Io continuo nel mio percorso, cercando di slegarmi dalle etichette e dalle gabbie, facendo acrobazie e imponendomi con fatica laddove reputo di dare un contributo professionalmente necessario. Ma l’impresa è culturale, sociale e politica. Me ne rendo conto sempre di più nel momento in cui acquisisco uno spazio ulteriore, entrando pienamente nel dibattito. Se, da una parte, c’è un grande seguito e incoraggiamento, dall’altra c’è chi non può proprio accettare la mia presenza. In uno studio televisivo, insieme ad altri colleghi con opinioni diverse, la sintesi dell’avversione non è più in merito all’argomento trattato ma è di chiusura: come si permette, questa arrogante e supponente marocchina, di venire qui a dirci dirci cosa e come dobbiamo trattare il tema migrazione o l’islam? Perché la verità è che fare il mestiere privilegiato di giornalista, con una storia di migrazione come la mia, in fondo è ancora visto come un atto di supponenza inaccettabile.

Previous post

Stop diffamazione per i giornalisti? Sì, peccato che...

Next post

Occhio e cuore: il mestiere dell'inviato per Marco Imarisio