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Per non condannare la stampa, presidente…

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«Garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro. Significa riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro. Significa promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie e superando il divario digitale. […]  Significa fare in modo che le donne non debbano avere paura di violenze e discriminazioni. […] Significa garantire l’autonomia e il pluralismo dell’informazione, presidio di democrazia».

mattarellaNel suo discorso di insediamento, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto di citare una delle condizioni di sofferenza italiane, quella della stampa, sottolineando il ruolo dell’informazione come baluardo della libertà e rammentando il valore che la nostra Carta attribuisce alla libera circolazione delle notizie e delle idee. Un riferimento particolarmente gradito al sindacato unitario dei giornalisti italiani, la Fnsi,  secondo cui il «richiamo del presidente incoraggia il nostro lavoro quotidiano di sentinelle della democrazia, con una informazione libera e coraggiosa, soprattutto nella cronaca della vita sociale, politica, economica del nostro Paese; nella denuncia delle illegalità e di tutte le forme di corruzione, ma anche nel racconto delle bellezze e dei valori dell’Italia». I vertici Fnsi si dicono «certi che le parole del capo dello Stato non cadranno nel vuoto e che la classe politica saprà farne tesoro, soprattutto negli imminenti passaggi parlamentari sulla cancellazione del reato di diffamazione a mezzo stampa, che rischia di trasformarsi in una legge beffa, e sulla delicata questione dei contributi all’editoria e all’emittenza radiotelevisiva locale, la cui drastica riduzione rischia di spegnere per sempre voci libere e autorevoli, creando una vera e propria emergenza sociale e occupazionale».

In realtà sembra essere una pia illusione, quella di un presidente – che in Italia non può assumere ruoli esecutivi – la cui moral suasion possa bastare a indirizzare parlamento e governo verso l’adozione di provvedimenti di tutela e incentivo alla pluralità dell’informazione. In Francia, una Repubblica semipresidenziale, lo stanziamento per sostenere l’editoria è di 1,2 miliardi di euro annui e non c’è presidente che abbia messo in discussione i fondi. In Italia, per contro, il premier Matteo Renzi ha dichiarato pubblicamente, a fine 2014, di voler ulteriormente ridurre gli aiuti al settore, già decurtati sostanzialmente da Mario Monti nel 2011 (e vale la pena ricordare che la richiesta del presidente Napolitano di ripensare quella scelta, dopo una lettera aperta dei direttori di alcune delle maggiori testate nazionali no profit e di partito, era stata ignorata).

Lo stato di salute dell’informazione, nei giorni in cui ha giurato il nuovo capo dello Stato, è desolante: dall’inizio della crisi, nel 2008, hanno chiuso circa 12.000 edicole e, ogni anno, mediamente sono 1.000 i giornalisti che perdono il posto di lavoro. La legge sull’equo compenso dei collaboratori, una magnifica occasione per dare dignità al contributo (sempre più pesante nelle redazioni) dei freelance, si è risolta in una lotta tra Fnsi e Fieg, la federazione editori, con uniche vittime proprio i giornalisti autonomi, costretti ad accettare un pagamento di 20,80 euro a pezzo per un articolo su un quotidiano. Il presidente del Consiglio ha da poco deciso di tagliare (addirittura retroattivamente) il fondo per l’editoria, mentre la crisi e i tagli sono costati la vita, negli ultimi mesi, al quotidiano (ex) Pd L’Unità, a Europa, alla Padania e mettono a rischio altre duecento testate non profit nel 2015. Il testo della legge sulla diffamazione sta mobilitando gran parte dei professionisti del settore (nodiffamazione.it), perché rischia di restringere in misura inaccettabile la libertà dell’informazione, sostituendo alla misura del carcere sanzioni economiche sproporzionate. Il giornalista e saggista Arturo di Corinto ha spiegato in che modo la nuova norma potrebbe trasformarsi in una pistola puntata alla tempia dei giornalisti, soprattutto i meno tutelati.

 

C’è da augurarsi che le parole del presidente Mattarella non rimangano lettera morta: dai princìpi è necessario far discendere provvedimenti che non tolgano sussistenza a un ingrediente fondamentale della democrazia: un’edicola chiusa, un giornale zittito non sono, come alcuni vorrebbero sostenere, il trionfo del libero mercato o la vittoria dell’informazione (?) gratuita sul web, ma un vulnus alla pluralità e alla convivenza civile.

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